12 giugno 2009

Sudafrica 2010: i risultati della zona Sudamericana

Nella 14° giornata del girone di qualificazione sudamericano per Sudafrica 2010, fa rumore il tonfo dell'Argentina di Maradona in casa dell'Ecuador: la seleccion biancoceleste non tollera l'altitudine, e dopo la batosta in Bolivia cede nel finale a Quito, per effetto dei gol di Ayovì e Palacios. Risultato che dà speranza all'Ecuador e relega Messi e compagni al quarto posto nel girone, ultimo utile per l'accesso diretto al mondiale sudafricano.

Nel delicato spareggio di Recife, il Brasile non fallisce l'appuntamento, e battendo il Paraguay si garantisce il primo posto nel girone e di fatto il passaporto per Johannesburg. Si era messa male per i verdeoro di Dunga, andati sotto al 25' dopo il gol su punizione di Cabanas. La rimonta arriva a cavallo tra lo scadere del primo tempo e l'inizio del secondo, e porta le firme di Robinho e Nilmar.

Passo avanti importante anche per il Cile, che a Santiago fa a pezzi la Bolivia con un pesante 4-0: i gol di Beasuejour, Estrada e la doppietta dell'udinese Sanchez regalano il secondo posto solitario a un punto del Brasile, a +6 sull'Ecuador quinto.

L'Uruguay la combina grossa in Venezuela, facendosi raggiungere e perdendo così l'opportunità di rosicchiare punti importanti all'Argentina. Dopo il vantaggio venezuelano di Maldonado, le reti di Suarez e Forlan sembravano dare la vittoria alla celeste, ma la doccia fredda arriva al 75' col gol di Rey che fissa il punteggio sul 2-2.

A Medellìn, la Colombia si impone col minimo scarto sul fanalino di coda Perù. Il gol di Garcìa dà ancora un barlume di speranza alla squadra di Pinto, ora appaiata al Venezuela a quota 17.

Questa la situazione nel girone sudamericano, a quattro giornate dal termine:

Squadra G7 V N P F S DR PT
Bandiera del Brasile Brasile 14 7 6 1 25 6 +19 27
Bandiera del Cile Cile 14 8 2 4 23 14 +9 26
Bandiera del Paraguay Paraguay 14 7 3 4 20 13 +7 24
Bandiera dell'Argentina Argentina 14 6 4 4 19 15 +4 22
Bandiera dell'Ecuador Ecuador 14 5 5 4 18 20 -2 20
Bandiera dell'Uruguay Uruguay 14 4 6 4 23 16 +7 18
Bandiera del Venezuela Venezuela 14 5 2 7 17 24 -7 17
Bandiera della Colombia Colombia 14 4 5 5 7 11 -4 17
Bandiera della Bolivia Bolivia 14 3 3 8 19 30 -12 12
Bandiera del Perù Perù 14 1 4 9 7 29 -22 7

(in blu le qualificate al mondiale, in rosso la squadra che andrà allo spareggio)

11 giugno 2009

Effetto Perez: dopo Kakà, ecco Cristiano Ronaldo!

Chiamatelo effetto-Perez, se vi va. Un ciclone che si è abbattuto sul mondo calcistico europeo, e promette di durare ancora parecchio. Dopo il colpaccio Kakà, il neo-presidente blancos ha chiuso un'altra, onerosissima, clamorosa operazione: Cristiano Ronaldo passa dal Manchester Utd al Real Madrid per la cifra record di 93 milioni di euro. Roba da far accapponare la pelle, cifre che oggi sono impensabili per chiunque, tranne che per Florentino.

Florentino che quando promette, difficilmente tradisce. E stavolta, l'ha davvero fatta grossa. In pochi pensavano che dopo l'acquisto di Kakà (costato 68 milioni, mica bruscolini) sarebbe arrivato anche l'asso portoghese: e invece, i due fenomeni giocheranno entrambi con la camiseta blanca, in quello che inizia a somigliare sempre più a un dream team.

Qualche giorno fa su "Daily Star" e "The Independent" circolò la notizia secondo la quale Ronaldo sarebbe tutelato da una clausola di 30 milioni di euro nel caso in cui gli spagnoli cambiassero idea e non lo volessero più. In pratica, la scorsa estate, quando Ramon Calderon fece di tutto per strapparlo allo United, l'agente del portoghese, il connazionale Jorge Mendes, pretese l'inserimento della penale (reciproca). Ma a quanto pare non ci sarà nessuna penale da pagare: il Manchester Utd sul suo sito ha annunciato che "su richiesta di Cristiano, che ha espresso nuovamente il suo desiderio di andare via, e dopo aver parlato con i rappresentati del giocatore, lo United ha autorizzato il Real Madrid a parlare con il giocatore. La questione dovrebbe risolversi entro il 30 giugno".

161 milioni di euro per due giocatori: la crisi non abita a Madrid. E il tecnico cileno Pellegrini, nuovo allenatore del Real, già gongola.La "shopping list" del presidente madrileno non si è ancora esaurita: nel mirino ci sono anche Villa, Silva, Ribery. E dietro il mal di pancia di Maicon, potrebbero esserci ancora i tentacoli di Florentino.

09 giugno 2009

Si volta pagina: l'alba della nuova serie A

Le ostilità si sono chiuse ormai da nove giorni, e mentre chi più chi meno si gode le vacanze prima del ritorno al calcio giocato, la serie A cambia faccia.

L'Inter scudettata di Mourinho, dopo il doppio colpo Milito-Motta ha perso alcune colonne argentine ormai a fine contratto: Crespo è da qualche giorno un giocatore del Genoa, Figo ha dato l'addio al calcio, mentre Cruz è in cerca di sistemazione. Per Vieira, che sembra non rientrare nei piani del tecnico nerazzurro, è probabile la destinazione Francia (Lione o Psg). Non arriva l'ufficialità dell'acquisto dell'attaccante Arnautovic, ma sembra vicina così come quella per il difensore dai piedi buoni che Mourinho ha individuato in Ricardo Carvalho del Chelsea. A tenere banco, ovviamente, è la questione Ibrahimovic, da cui dipenderà gran parte del mercato dei campioni d'Italia: se lo svedese riuscirà a vedere soddisfatta la sua voglia di Barcellona, allora l'Inter dovrà puntare a un attaccante di livello mondiale e potrebbe trovarsi con una liquidità importante per puntellare anche il centrocampo; viceversa, se dovesse restare, allora con un altro paio di acquisti l'Inter 2009-10 sarà già completa.

Il Milan del dopo Ancelotti riparte da Leonardo (che sta seguendo a Coverciano il corso per il patentino di allenatore di prima categoria) e sarà orfano di Kakà. Berlusconi vuole un Milan imperniato su Ronaldinho, ma i dubbi sulla tenuta fisica del brasiliano rimangono. Dubbi che adesso rivestono anche il futuro a Milano di Pirlo, alle prese con una "scelta": restare al Milan, o gettarsi in una nuova sfida, magari seguendo Ancelotti al Chelsea. Il tecnico emiliano infatti vorrebbe proprio il centrocampista bresciano come playmaker per la sua nuova sfida inglese: il Milan ascolta, e intanto chiede Drogba. Per il ruolo di punta centrale, i rossoneri sono molto interessati a Dzeko, al punto che secondo alcune fonti il bosniaco si sarebbe già accordato con la formazione di Leonardo.

Comincia a prendere forma anche la nuova Juventus, che ha scelto Ciro Ferrara come timoniere per il nuovo corso post-Ranieri. Juventus che dirà addio al vecchio 4-4-2 per passare a un 4-3-1-2 con il nuovo acquisto Diego a giostrare dietro alle due punte. Punte che saranno? Del Piero rimarrà, così come Iaquinta, e dovrebbe rimanere anche Amauri, a meno di offerte importanti. Trezeguet invece è ricercato da mezza Europa, costa sui 10 milioni e sembra che il suo sacrificio sia assolutamente indispensabile per rinforzare altri reparti. In particolare, la Juve cerca un regista di centrocampo, e ha individuato in D'Agostino dell'Udinese l'uomo che fa al caso suo. Pozzo ha sparato alto, ma la sensazione è che l'affare si farà, poi i dirigenti bianconeri punteranno a un esterno sinistro di spinta: Grosso o Dossena i nomi caldi.

Il Genoa europeo avrà, oltre a Crespo, anche Quaresma. L'accordo non c'è ancora, ma sembra che a giorni, se non a ore, arriverà la fumata bianca. Il portoghese, buco nell'acqua dello scorso mercato interista, andrà ad alleggerire il prezzo dell'affare Milito-Motta, diventando una nuova pedina di scambio oltre ai prestiti di Viviano, Bonucci e Bolzoni.

La Lazio, fresca vincitrice della coppa Italia, cambia guida tecnica: Delio Rossi ha ufficializzato ieri il suo divorzio dalla Lazio. Queste le parole del tecnico romagnolo, visibilmente emozionato: "Mi dispiace anche perchè quando alleno una squadra penso di rimanerci a vita - dice il tecnico - sennò non riesco a tarsmettere qualcosa. A Roma ho comprato anche casa, ci vivrò in futuro. Formello è la mia casa, e ci tenevo a dare qui l'addio. Dispiace perchè c'è ancora tanto da fare. Secondo me non doveva andare così. Sono molto sereno, mi sono accorto di non fare più parte di questo progetto tattico. È una decisione maturata quindici giorni fa. Una scelta ponderata: è finita".

Tante le panchine che cambiano: l'Atalanta prende Gregucci, dopo l'addio di Del Neri approdato alla Sampdoria; Zenga lascia Catania per approdare a Palermo, dopo il saluto di Ballardini (a Catania arriva Atzori). Rimane out per il momento Mazzarri, che pensa all'estero (Spagna in particolare), mentre Allegri resta a Cagliari anche se la Lazio è sulle sue tracce.

Il Napoli, presi Cigarini e Quagliarella, continuerà con Donadoni ed è alle prese con la grana-Lavezzi: per lo scontento argentino c'è il Liverpool pronto a portarlo via.

Insomma, non siamo neanche a metà giugno, e già di movimento ce n'è parecchio. Come aveva detto Caliendo, "sarà l'estate più movimentata degli ultimi 15-20 anni": la speranza è quella di non arrivare a settembre con le ossa rotte e tanti campioni in meno..

Kakà è del Real Madrid, inizia l'esodo?

Dopo un lungo tira e molla, che ha portato all'allungarsi dei tempi dell'annuncio, è arrivata l'ufficialità: il Milan ha ceduto Kakà al Real Madrid per una cifra che si aggira sui 68 milioni di euro.

A mezzanotte e mezza il comunicato sul sito del Real che anticipa la conferenza quando in Europa è notte fonda. «Kakà ha superato i test fisici, ha firmato un contratto con il Real per le prossime sei stagioni». Si chiude così dopo 6 anni la lunga parentesi rossonera di uno dei calciatori più forti e decisivi al mondo.

Già negli ultimi giorni Berlusconi e Galliani avevano anticipato la cessione pressochè conclusa dell'asso brasiliano, sacrificato per "esigenze di bilancio". «Il Milan non può perdere 70 milioni di euro ogni anno"», il coro unanime dei massimi dirigenti rossoneri. E così, dopo aver respinto a gennaio l'offensiva del Manchester City, adesso il Milan ha dovuto cedere alle lusinghe di Perez, che con investimenti importanti è pronto a creare una squadra che ripeta le gesta dei suoi precedenti Real.

Da Recife, dove è in ritiro con la Seleçao, Kakà rilascia le sue prime considerazioni da madridista, e precisa subito alcuni particolari sulla sua cessione: « Il Milan non aveva mai passato una crisi come quella che sta attraversando ora, è stata la prima volta che la società ha pensato di vendere un giocatore». Il Milan ha quindi «dovuto fare questo sacrificio, e credo che il club non abbia alcuna colpa di ciò. Comprendo perfettamente bene la posizione del Milan», e ha voluto ricordare «di aver sempre detto che, nel caso di lasciare il Milan, sarei andato al Real. Il mio trasferimento non è stata una questione monetaria, perchè ho ricevuto offerte superiori», ha concluso Kakà, riferendosi proprio alle proposte avanzate dal Manchester City.

Il Milan adesso pensa a come placare l'ira dei tifosi, e punta a Dzeko, bomber bosniaco del Wolfsburg campione di Germania. Sembra che le trattative siano avviate, ma la richiesta dei tedeschi di 30 milioni difficilmente verrà esaudita dal club di Via Turati. E sicuramente, non basterà un promettentissimo Dzeko a tappare la falla aperta dall cessione dell'ex pallone d'oro.

Volendo ampliare il discorso, la cessione di Kakà è un segnale preoccupante non solo per il Milan, bensì per tutto il calcio italiano. Quella di Kakà potrebbe essere solo la prima cessione importante di un'estate che si presenta complicata, a dimostrazione di un campionato che non attirà più e di un potere economico che i nostri club oggi non hanno. Siamo all'inizio di uno stravolgimento dei club di primo piano del palcoscenico italiano: i nostri campioni (vedi Ibrahimovic, di cui scriverò a parte) sono affascinati dalle sirene estere, mentre all'estero non riscuotiamo altrettanto appeal sui campioni sparsi per l'Europa. Il rischio forte, è che la forbice che si è aperta tra noi e la coppia Inghilterra-Spagna si allarghi sempre di più.

01 giugno 2009

Ibra sul trono del gol, ma è quasi addio. Milan in Champions con Leonardo, retrocede il Torino

L'Inter chiude in bellezza il suo campionato, cogliendo anche l'ultimo successo stagionale e centrando l'obiettivo che Mourinho stesso aveva posto: far vincere a Ibrahimovic il titolo di capocannoniere della serie A. Lo svedese segna due gol nel pirotecnico 4-3 di San Siro contro l'Atalanta, e beffa sul filo di lana Di Vaio e Milito, chiudendo a quota 25 reti.

Una girandola di gol al Meazza: Muntari apre, pareggio di Doni, Ibra fa 2-1 prima che Cigarini indovini il tiro da fuori area; nel secondo tempo, uno splendido calcio di punizione di Doni dà il vantaggio agli orobici, poi la rimonta nerazzurra è firmata Cambiasso e, manco a dirlo, Ibrahimovic (splendido colpo di tacco). E' la gara dell'addio a Luis Figo, che lascia il calcio al 43' del primo tempo dopo una carriera straordinaria. E potrebbe essere stata anche l'ultima gara del neo-capocannoniere del campionato con la maglia dell'Inter. I commenti sibilini dello svedese lasciano intendere che sta solo aspettando la grande offerta, anche se precisa che "per ora non c'è niente". L'attaccante ha più volte precisato che lui "non è uno che si lega a vita a un club" e domenica ha rincarato la dose affermando che "in Italia ha vinto tutto, 5 scudetti di fila" e quindi di fatto non sa se avrebbe ancora stimoli continuando nella serie A. Il suo obiettivo, manco a dirlo, è la Champions League.

Non è solo lo svedese a dare perplessità ai suoi tifosi. A Firenze, nella gara valevole per il terzo posto tra Fiorentina e Milan, è il giorno del saluto di Carlo Ancelotti, del definitivo addio al calcio di Paolo Maldini, e della possibile ultima apparizione di Kakà con la maglia rossonera. L'ex pallone d'oro potrebbe essere ceduto al Real Madrid, e di fronte ad una nuova offerta faraonica stavolta il Milan potrebbe cedere.

Milan che fa comunque l'impresa, espugnando con una prestazione convincente il Franchi, con le reti proprio di Kakà e di Pato (subentrato nel secondo tempo a Inzaghi). Pochi minuti dopo il fischio finale, nasce il nuovo Milan: Ancelotti ufficializza quello che si sapeva già, ovvero il suo addio con destinazione Chelsea, e Galliani annuncia l'ingaggio di Leonardo (presentato ieri) come guida tecnica. E il tramonto di un epoca, e l'inizio di una nuova.

E nel giorno degli addii illustri figura anche quello di Pavel Nedved alla Juventus. Il ceco continuerà ancora per un anno o due a dare l'anima in campo, ma non lo farà più per i colori bianconeri. Alla base della scelta del biondo centrocampista, probabilmente qualche screzio con alcuni vertici societari.

La Juve in campo conserva il secondo posto, battendo 2-0 una Lazio ormai in vacanza grazie a una doppietta di Iaquinta, miglior marcatore bianconero assieme ad Amauri. Missione compiuta per Ferrara dunque, che ora va in stand-by in attesa delle scelte societarie sul prossimo allenatore della squadra. Conte e Spalletti i papabili, anche se non è da escludere una riconferma dell'ex difensore napoletano.

Rimaneva da emettere solo un altro verdetto, quasi emesso domenica scorsa peraltro: nessuna sorpresa, in B va il Torino a cui non è riuscito il miracolo di ribaltare a sua favore la situazione compromessa una settimana fa col ko interno contro il Genoa. A Roma, i granata si illudono con Vailatti, ma poi subiscono la rimonta giallorossa firmata Menez-Vucinic-Totti, prima del gol inutile di Ventola. Il Bologna risponde al Dall'Ara con una vittoria, battendo il Catania 3-1 e cogliendo così una salvezza che fino a qualche settimana prima sembrava un assoluto miraggio.

Di Vaio, alla rete numero 24 in campionato, tocca le 101 in serie A, ma non gli basta per vincere il titolo di re dei bomber. L'attaccante romano finisce dietro a Ibrahimovic, assieme a Milito.

Festa del gol a Udine, dove Quagliarella si congeda ai suoi tifosi: il suo passaggio al Napoli è ufficiale. Il 6-2 del Friuli stabilisce il nuovo primato stagionale di reti (otto). Vanno in rete oltre a Quagliarella anche Floro Flores, Pepe, Pasquale, Asamoah e il giovane nigeriano Ighalo; per i sardi, gol di Parola e Acquafresca su rigore.

Tanti gol anche in Genoa-Lecce, che termina 4-1 per i liguri (doppietta di Milito), Palermo-Sampdoria (2-2) e Napoli-Chievo (2-0), gare comunque valevoli solo per la statistica.

31 maggio 2009

Aston Villa-Newcastle, ennesima lezione al calcio italiano


Un'altra lezione, l'ennesima. E a questo punto (anche molto prima in realtà) dico: impariamo da loro. Ancora una volta, cerchiamo di imparare da loro, di elevare una cultura sportiva che non abbiamo e forse non abbiamo mai avuto. Speranza che rischia di restare tale: il DNA è quasi impossibile da modificare, e lo è ancor di più in questo caso.

A tutti gli Urbano Cairo della situazione si consiglia di riflettere su quanto è successo domenica scorsa nell'ultima di campionato a Birmingham, dove si è giocato Aston Villa-Newcastle. Il Newcastle di Shearer retrocede perchè battuto da un Aston Villa senza alcuna motivazione di classifica. Dopo 16 anni, i Magpies abbandonano la Premiership, nonostante una rosa che avrebbe certamente potuto ambire a ben altre posizioni. Pensiamo a ex campioni d'Europa come Butt, a calciatori che hanno calcato palcoscenici importanti come Duff, Martins, Coloccini, e ad un ex pallone d'oro come Owen. Retrocessi, perchè quando l'annata è storta, è storta, e nessuno è riuscito a salvare la barca che affondava.

In Italia, se una squadra così retrocedesse, partirebbe la contestazione più efferata. Al Villa Park, non si è andati oltre la faccia scura di Alan Shearer e le lacrime dei tifosi: nè isterismi, nè tentativi di giustizia fai da te. Il campo ha parlato, e ha detto che il Newcastle meritava la retrocessione. Agli inglesi, tanto basta per accettare il verdetto, senza accusare altre squadre di essersi impegnate troppo o troppo poco.

E così, al fischio finale, i giocatori rimangono a lungo in mezzo al campo, disperati ma confortati da un tifo straordinario. Uno striscione recitava, tradotto letteralmente: "Orgogliosi di essere Magpies..vi seguiremo ovunque". Roba da far venire i brividi, e di una bellezza assoluta.

E noi, un anno luce indietro, stiamo qui a guardare ammirati quella che in altri Paesi è semplicemente la quotidianità. Stiamo qui a pensare che il Genoa forse si è sbattuto troppo in una partita che contava poco, mentre Bologna e Chievo mettevano in forno quello che sarebbe stato il biscotto più stupido della storia del calcio (come ho spiegato altrove). E lungi da noi l'idea di guardare in casa nostra: sarebbe un peccato mortale che ci costringerebbe a fare i conti coi nostri errori, e a queste cose non siamo abituati.

Impariamo da loro. Non solo a vincere una Champions, ma anche ad accettare che nello sport la vittoria e la sconfitta sono due facce della stessa medaglia, ed entrambe vanno accettate con stile.

27 maggio 2009

A Cairo il tapiro della settimana!

Il personaggio mi è simpatico, ma stavolta un simbolico tapiro d'oro in pieno stile Striscia la Notizia non glielo leva proprio nessuno. A Urbano Cairo, presidente del Torino, non sono andate giù diverse cose dell'ultima giornata di campionato, ma anzichè puntare il dito contro la condotta della sua squadra fatta a pezzi da un Genoa sprecone, o contro la schifosa rissa a fine partita, ha preferito scagliarsi contro quanto successo in Chievo-Bologna e sugli spalti del Bentegodi subito dopo il fischio finale.

Caro Cairo, mi dispiace, ma i tuoi discorsi non stanno davvero in piedi. Ma andiamo per ordine, partendo dalle dichiarazioni del patron granata:

“Non mi è piaciuto sentire alcuni commenti della Menarini o di Di Vaio, mi riferisco a quando il presidente del Bologna dice che non si sono pestati i piedi col Chievo, e quando Di Vaio ha detto che i suoi ex amici del Genoa gli avrebbero dato una mano. Non ho visto una parata di un portiere, nemmeno un tiro in porta. Se questa è una partita vera...Abbiamo ancora la piccola speranza che domenica siano tutte partite vere, non solo le nostre. Il campionato non è ancora chiuso. Speriamo che il Catania giochi contro il Bologna come il Genoa ha fatto con noi".

Chievo-Bologna non è stata una partita vera? Bè, forse il presidente granata ignora un piccolo particolare: se lo 0-0 salvava aritmeticamente il Chievo, una concomitante vittoria del Torino avrebbe praticamente retrocesso il Bologna, visto che ai piemontesi sarebbe bastato solo un punto domenica contro una Roma ormai qualificata per l'Europa League. E il gol di Milito che ha chiuso la partita del Delle Alpi è arrivato solo allo scadere, quando teoricamente ancora sul 2-2 tutto sarebbe potuto succedere. Come si fa allora a dire che a Verona si fossero messi d'accordo per il pareggio? In quel caso sarebbero stati troppo furbi i veronesi, o troppo stupidi gli emiliani, ed escluderei entrambe le possibilità.

L'esultanza dei Menarini e dei giocatori tutti? Non vedo cosa ci sia di strano. Il Bologna era nel baratro, dopo aver perso punti pesantissimi in casa con Cagliari, Siena e soprattutto Reggina, e dopo la vittoria del Toro a Napoli (di quella ne vogliamo parlare, Cairo?) le speranze di salvezza erano ridotte al lumicino. Ora invece gli eventi hanno messo i rossoblù nella condizione di potersi giocare la salvezza davanti al proprio pubblico e senza pensare ai risultati di nessun'altro campo, ospitando tra l'altro una squadra che ha già chiuso il suo straordinario campionato e quindi sarà quantomeno "tranquilla". Certo è uno scenario diametralmente opposto a quello che si presentava a tifosi e giocatori domenica scorsa, un attimo prima del gol di Volpi a tempo scaduto: la serie B era dietro l'angolo, 7 giorni dopo sei con un piede e mezzo in A. Vale la pena esultare, anche se mancano 90 minuti.

Cairo, rosicare è lecito, ma stavolta hai proprio esagerato, sempre per quel maledetto costume italiano di guardare sempre oltre le proprie colpe e i propri errori, andando a pensare a quale pazzesco complotto o gioco di potere abbia portato al fallimento sportivo della propria squadra.

Paolo Maldini, una festa rovinata

Non poteva immaginare una cosa del genere, Paolo Maldini. Dopo 25 anni di carriera rossonera, dopo aver alzato decine di trofei, quegli striscioni che Ancelotti definisce "una goccia nell'oceano" gli hanno fatto davvero male.

Non si aspettava un colpo basso del genere, non credeva possibile che davvero qualcuno dei suoi tifosi volesse fargli andare la festa di traverso.

"Grazie capitano: sul campo un campione infinito ma hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito" si leggeva in curva sud. E durante il giro d'onore finale, ne è comparso un altro: "Per i tuoi 25 anni di gloriosa carriera sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti". La scritta era accompagnata da una maglia di Franco Baresi e dal coro "C'è solo un capitano". E Paolo non ha gradito: "Sono orgoglioso di non essere uno di loro".

Però gli ha fatto male, leggere un attacco così diretto e così meditato nei suoi confronti, sferrato non in una domenica come tante, ma proprio in quella del suo addio al calcio. Pochi striscioni, di fronte all'affetto smisurato di San Siro, è vero: ma come sempre succede nella vita, la cattiveria ha un peso specifico maggiore rispetto al resto. E anche se di puntura di spillo si tratta, è una puntura che ha colpito nel profondo un professionista e un uomo al cospetto del quale ogni singolo sportivo (non solo tifoso) avrebbe dovuto con molta naturalezza rendere omaggio.

Omaggio che è stato reso dalla curva degli eterni rivali nerazzurri, con uno striscione che recitava: "Maldini: da 20 anni nostro rivale, ma nella vita sempre leale".


Dietro la "protesta", secondo quanto scritto da gazzetta.it è probabile ci sia ancora il ricordo della trattativa tra il difensore e la società nel giugno scorso, che fu segnata da frizioni sull'ingaggio (definito poi in un milione e mezzo di euro): di qui l'accusa di "mancanza di rispetto". Ma forse qualcuno non ha nemmeno dimenticato un'intervista di qualche mese prima apparsa sulla Gazzetta dello Sport, in cui Maldini dava giudizi piuttosto severi sul comportamento della curva. Ecco il passaggio chiave. "Sono molto arrabbiato, come i miei compagni. Dopo tutto quello che abbiamo dato, fatto e vinto, meritiamo un trattamento diverso. Quest’atteggiamento è iniziato nel derby di ritorno dell’anno scorso. Con un aiuto da parte della nostra curva, non avremmo perso quella partita. I motivi? Ci sono motivazioni economiche, giochi di potere. Ma se sono queste le ragioni per andare allo stadio, non so più che cosa pensare. Comunque non è solo la curva a non sostenerci: anche i tifosi degli altri settori se ne stanno zitti. Io credo che quando si canta 'Abbiamo il Milan nel cuore', poi bisogna dimostrarlo. Ormai noi giochiamo in trasferta o in campo neutro: mai davvero in casa. Non mi sembra logico, e la squadra non ci sta più. I fischi a Dida e Gilardino? Non li comprendo. I fischi ci sono sempre stati, ma qui si sta andando oltre. A San Siro si sentono applausi ironici per Dida quando blocca una palla facile. Ma quello è il portiere della finale di Manchester, è un campione d’Europa come Gilardino. San Siro è sempre stato magico: adesso stiamo perdendo questa magia".

Il capitano rossonero è rimasto comunque deluso anche dalla mancata presa di posizione della società, da parte della quale non c'è stato "neanche un commento: dal presidente in giù, nessun dirigente ha detto una parola", anche se Galliani in una lettera aperta indirizzata proprio alla bandiera milanista ha voluto chiudere la questione.

"Ho letto la tua intervista e capisco la tua amarezza: sono sotto scorta, come sai, da due anni proprio a causa dei comportamenti di quelle persone che ti hanno contestato. Sono stato io a prendere la decisione di tacere: non solo perché mi è stato consigliato, ma soprattutto perché ho ritenuto, e tuttora ritengo, che il silenzio sia l’arma più efficace per non dare ulteriore spazio a condotte quali quelle di domenica".

Semplicemente patetico l'intervento in diretta tv del rappresentante della curva milanista, avvenuto domenica a Controcampo. Giustificazioni e appunti campati in aria, senza lo straccio di un filo logico.

In uno sport che perde sempre più concetti col passare del tempo, anche quello di riconoscenza vacilla sempre più: e Maldini, una "goccia" di veleno del genere non la meritava.

25 maggio 2009

Mourinho rinnova, toto-percentuali chiuso

Quasi una settimana passata a chiedersi se improvvisamente le leggi della matematica fossero state stravolte, se per un qualche assurdo teorema 0.1% e 0.01% valessero più di 99.9% e 99.99%.

Fiumi di inchiostro rovesciati per argomentare la nuova astrazione algebrica, rovesciare frasi e concetti e dire che in fondo, Mourinho aveva preso la strada di Madrid.

Il tira e molla con il Real è curioso e assimilabile al flirt nascosto di un bel giovane che va dietro ad una ragazza, salvo poi dire che è lei ad andar dietro a lui. Perchè questo è successo, e allora qualcuno deve aver ragione, e qualcun altro necessariamente torto. La matematica può essere un'opinione, di questi tempi, la logica no.

E allora se Mourinho dice che "ha informato Moratti del fatto che Perez lo ha contattato", e il neo-presidente blancos controbatte dicendo che "non ha mai cercato Mourinho, semmai è il suo procuratore a offrircelo di continuo", allora qui c'è qualcuno che bluffa. E Moratti non ha gradito, per niente.

E quando il botto sembrava dietro l'angolo, ecco che arriva la fumata bianca. "Habemus Mourinho": contratto allungato di un anno, e tanti saluti a Real, Perez e compagnia bella. Questo il comunicato della società nerazzurra: "Rispondendo alla volontà dell'allenatore di proseguire nel progetto avviato insieme un anno fa, volontà accolta con piacere dalla società come segnale di attaccamento e spirito sempre vincente, F.C. Internazionale rende noto il prolungamento del contratto di José Mourinho fino al 30 giugno 2012".

I dettagli del contratto non sono noti, ma sembrerebbe che sia stata tolta la clausola di rescissione che permetteva al tecnico di liberarsi previa pagamento di 7 milioni di euro, con l'introduzione di premi per eventuali successi (scudetto o Champions League). La clausola di rescissione costituiva una spada di Damocle sia per l'Inter, ma intendiamoci, anche per il tecnico portoghese. Perchè se da un lato è vero che qualcuno avrebbe potuto portarlo via pagandola (e con il benestare del tecnico), è anche vero che in caso di crollo l'Inter avrebbe potuto esonerarlo pagando "semplicemente" la penale imposta dalla clausola. Mica male come "uscita di servizio", considerato il faraonico ingaggio del tecnico.

Ad ogni modo, sembra che il tira e molla sia finito. Novantanove è più di uno, non ci sono più dubbi.

Wolfsburg spettacolo, è campione di Germania!

Poteva diventare campione con un semplice pareggino, e invece il roboante 5-1 sul Werder laurea con 110 e lode il Wolfsburg come nuovo campione di Germania. La prima volta dei Lupi di Sassonia, che vincono il Meisterschale grazie ad un gioco offensivo e ad un girone di ritorno a dir poco straordinario, nel quale hanno colto 43 dei 51 punti a disposizione.

La squadra che in autunno le prendeva dal Bayern (4-2) e dal poi retrocesso Karlsruhe, è diventata col tempo una fenomenale fabbrica di concretezza, celebrata, nel giorno della prima volta in vetta, con uno storico 5-1 ai bavaresi: era il 4 aprile, e la cavalcata era appena cominciata. E con il 5-1 di sabato, il cerchio si è chiuso. Il Werder, a onor del vero, non ha fatto molta resistenza, e dopo un quarto d'ora era già sotto di 3 gol. Una magia di Diego non poteva fermare la storia, e il Wolfsburg dilaga con la devastante coppia Grafite-Dzeko, rispettivamente capocannoniere e vicecapocannoniere con 54 reti (28 a 26 per il brasiliano). Battuto il record della coppia del Bayern Muller-Hoeness, due volte in grado di realizzare 53 reti nel '71 e nel '72.

Wofsburg che, manco a dirlo, chiude con il miglior attacco (80 reti), ma solo la terza miglior difesa (41 i gol subiti). Difesa il cui perno è quell'Andrea Barzagli, campione del mondo inseguito da tanti club italiani, ma poi emigrato in Germania insieme all'amico Zaccardo. Per Barzagli 34 presenze su 34, meno fortunato l'altro ex palermitano che ha patito molto i metodi di Magath: prima guai fisici, poi schierato fuori ruolo fino all'isolamento in panchina. Adesso è comunque tempo di festeggiare, e l'anno prossimo potrà sperare di conquistare il nuovo allenatore, visto che già da tempo si sa che Magath andrà allo Schalke e ai neo-campioni arriverà Veh. Cose che in Germania sono all'ordine del giorno, ma in Italia scatenerebbero ire e polemiche in un amen.

Sette le sconfitte dei campioni di Germania, che per un campionato a 18 squadre non sono certo poche, ma in un torneo così equilibrato 69 punti sono bastati. E' stata una Bundesliga senza un vero padrone: sei capoliste diverse, e curiosamente tra di esse non c'è mai stato il Bayern, prima proiettato verso l'Europa dopo anni di dominio interno, poi bastonato dal Barcellona e spossato dalla gestione Klinsmann. I bavaresi sono arrivati secondi battendo 2-1 lo Stoccarda, e hanno almeno salvato l'accesso diretto alla prossima Champions League.

I nuovi campioni sono loro: complimenti, Wolfsburg.