Non è successo, anche se come due anni fa la Roma è stata campione d'Italia per un lasso di tempo ragionevole per dare corpo al sogno impossibile. In un pomeriggio di metà maggio, Siena sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa: una nuova Perugia, una nuova Parma, o peggio ancora un remake di quel 5 maggio che ancora oggi, a rimembrarlo, fa tremare i polsi del tifoso nerazzurro.
A Verona si perde l'interesse per la gara già a metà del primo tempo: le reti di Vucinic e De Rossi, sommate ad un Chievo che giocoforza non aveva più nulla da chiedere a questo campionato, avevano di fatto ridotto a zero la suspence, proiettando le sorti del campionato esclusivamente sull'esito della gara del Franchi. La dicotomia è banalissima: Inter vince, scudetto a Mourinho, Inter non vince, scudetto a Ranieri.
Il punto è che la formalità dello scontro tra la prima della classe e la già retrocessa formazione toscana risulta tutt'altro che una formalità: Ekdal grazia Julio Cesar e l'Inter tutta, Maccarone è velenoso ad ogni affondo, e Curci, pali ed imprecisione fermano Balotelli e Milito. Siena come Perugia? A fine primo tempo, la situazione è più o meno quella che costò alla Juve il tricolore 10 anni fa: Inter 80, Roma 80, scudetto ai giallorossi per gli scontri diretti a loro favorevoli.
Iniziano i 45', ma i nerazzurri fanno una fatica immane a perforare la retroguardia senese. A Verona tutto tace, ma sotto sotto lo slogan "non succede, ma se succede.." va tramutandosi in un interrogativo più possibilista "che stia succedendo?".
Poi arriva il momento di pagare la tassa fino a quel momento abilmente evasa: la tassa Milito. Come Ibrahimovic nella palude di Parma, l'argentino reindirizza il campionato sulla strada di Milano: lo fa con un gesto da attaccante vero, sfruttando una percussione di un Zanetti monumentale. Basta e avanza, perchè il Siena tramortito dalla rete del Principe non riesce più ad abbozzare una reazione, lasciandosi andare e rischiando anche il colpo del 2-0. Non arriva, ma la sostanza non cambia: Siena è ancora teatro di scudetto, uno scudetto meritato per i valori espressi in campo ma che mai come quest'anno è stato in serissimo pericolo.
Già, perchè il sorriso di Ranieri a fine partita in sala stampa fa a pugni con quello che dovrebbe essere lo stato d'animo di chi ha preso uno scudetto e lo ha letteralmente gettato nella pattumiera. Il testaccino si dice contento, felice per quello che la Roma ha fatto in questo campionato, ma ripensando a quel Roma-Sampdoria non può non esserci la delusione per quello che poteva essere ed invece non è stato.
L'Inter è la più forte, l'Inter è stata costruita per vincere, ma questo non può e non deve essere una giustificazione per chi ad un certo punto aveva le sorti del campionato saldamente nelle proprie mani, ed ha deciso di fare dell'autolesionismo proprio quando il sogno era lì, a portata di mano. Una volta completata la rimonta, e scavalcato i nerazzurri in vetta, che la squadra di Mourinho fosse più forte a quel punto non contava proprio più nulla, anche se è fuor di dubbio che questo scudetto sia andato sulle maglie della formazione qualitativamente migliore del campionato.
Cala così il sipario sulla serie A 2009/10: in Champions League assieme ad Inter, Roma e Milan, ci va la Sampdoria, con Delneri e Marotta che salutano da vincenti e virano verso Torino per tentare di ricostruire una Juventus decisamente migliore di quella orribile vista quest'anno. Al Palermo di Delio Rossi rimane l'amaro in bocca per i record stabiliti nella storia del club, che però sono valsi solo il quinto posto che vale l'Europa League assieme al Napoli e appunto alla Juventus, che partirà dai preliminari. Retrocedono Atalanta, Siena e Livorno.
E adesso, in attesa della finale di Champions League e dei mondiali sudafricani, faccio un arrivederci a quello che una volta era il campionato più bello del mondo, e che ancora continuo a sperare che possa ridiventarlo. Alla prossima edizione.


