Visualizzazione post con etichetta serie A 2009-10. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta serie A 2009-10. Mostra tutti i post

18 maggio 2010

Siena come Parma, festeggia ancora l'Inter!


Non è successo, anche se come due anni fa la Roma è stata campione d'Italia per un lasso di tempo ragionevole per dare corpo al sogno impossibile. In un pomeriggio di metà maggio, Siena sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa: una nuova Perugia, una nuova Parma, o peggio ancora un remake di quel 5 maggio che ancora oggi, a rimembrarlo, fa tremare i polsi del tifoso nerazzurro.

A Verona si perde l'interesse per la gara già a metà del primo tempo: le reti di Vucinic e De Rossi, sommate ad un Chievo che giocoforza non aveva più nulla da chiedere a questo campionato, avevano di fatto ridotto a zero la suspence, proiettando le sorti del campionato esclusivamente sull'esito della gara del Franchi. La dicotomia è banalissima: Inter vince, scudetto a Mourinho, Inter non vince, scudetto a Ranieri.

Il punto è che la formalità dello scontro tra la prima della classe e la già retrocessa formazione toscana risulta tutt'altro che una formalità: Ekdal grazia Julio Cesar e l'Inter tutta, Maccarone è velenoso ad ogni affondo, e Curci, pali ed imprecisione fermano Balotelli e Milito. Siena come Perugia? A fine primo tempo, la situazione è più o meno quella che costò alla Juve il tricolore 10 anni fa: Inter 80, Roma 80, scudetto ai giallorossi per gli scontri diretti a loro favorevoli.

Iniziano i 45', ma i nerazzurri fanno una fatica immane a perforare la retroguardia senese. A Verona tutto tace, ma sotto sotto lo slogan "non succede, ma se succede.." va tramutandosi in un interrogativo più possibilista "che stia succedendo?".

Poi arriva il momento di pagare la tassa fino a quel momento abilmente evasa: la tassa Milito. Come Ibrahimovic nella palude di Parma, l'argentino reindirizza il campionato sulla strada di Milano: lo fa con un gesto da attaccante vero, sfruttando una percussione di un Zanetti monumentale. Basta e avanza, perchè il Siena tramortito dalla rete del Principe non riesce più ad abbozzare una reazione, lasciandosi andare e rischiando anche il colpo del 2-0. Non arriva, ma la sostanza non cambia: Siena è ancora teatro di scudetto, uno scudetto meritato per i valori espressi in campo ma che mai come quest'anno è stato in serissimo pericolo.

Già, perchè il sorriso di Ranieri a fine partita in sala stampa fa a pugni con quello che dovrebbe essere lo stato d'animo di chi ha preso uno scudetto e lo ha letteralmente gettato nella pattumiera. Il testaccino si dice contento, felice per quello che la Roma ha fatto in questo campionato, ma ripensando a quel Roma-Sampdoria non può non esserci la delusione per quello che poteva essere ed invece non è stato.

L'Inter è la più forte, l'Inter è stata costruita per vincere, ma questo non può e non deve essere una giustificazione per chi ad un certo punto aveva le sorti del campionato saldamente nelle proprie mani, ed ha deciso di fare dell'autolesionismo proprio quando il sogno era lì, a portata di mano. Una volta completata la rimonta, e scavalcato i nerazzurri in vetta, che la squadra di Mourinho fosse più forte a quel punto non contava proprio più nulla, anche se è fuor di dubbio che questo scudetto sia andato sulle maglie della formazione qualitativamente migliore del campionato.

Cala così il sipario sulla serie A 2009/10: in Champions League assieme ad Inter, Roma e Milan, ci va la Sampdoria, con Delneri e Marotta che salutano da vincenti e virano verso Torino per tentare di ricostruire una Juventus decisamente migliore di quella orribile vista quest'anno. Al Palermo di Delio Rossi rimane l'amaro in bocca per i record stabiliti nella storia del club, che però sono valsi solo il quinto posto che vale l'Europa League assieme al Napoli e appunto alla Juventus, che partirà dai preliminari. Retrocedono Atalanta, Siena e Livorno.

E adesso, in attesa della finale di Champions League e dei mondiali sudafricani, faccio un arrivederci a quello che una volta era il campionato più bello del mondo, e che ancora continuo a sperare che possa ridiventarlo. Alla prossima edizione.

03 maggio 2010

Lazio, ancora pollice verso?


Apriti cielo, la Lazio non si è giocata la partita e ha spalancato all'Inter le porte del tricolore: scandalo, orrore, vilipendio, una catastrofe assoluta per il nostro calcio così pieno di valori e che ogni domenica ci regala memorabili perle di sportività!

Questo almeno è il messaggio che è passato attraverso i media e le voci degli addetti ai lavori dopo la serata di ieri, in cui una Lazio assolutamente inconsistente non ha opposto la minima resistenza all'Inter, che col 2-0 firmato da Samuel e Motta ha allungato le mani in modo quasi definitivo sullo scudetto.

Sicuramente tifosi e giocatori biancocelesti non ci hanno fatto una bellissima figura agli occhi di un mondo sostanzialmente ipocrita in cui a criticare e a fare i moralizzatori sono tutti dei maestri, anche se in realtà di episodi del genere (magari meno eclatanti) se ne sono visti e se ne continueranno a vedere finchè il pallone continuerà a rotolare sul rettangolo verde. Certo, la tifoseria laziale ha dato vita a 90' quasi surreali, con striscioni ironici (come quell'"Oh, noooo" dopo i gol dell'Inter), e cori come il "se vincete ve menamo" che la dicevano lunga sulle inclinazioni dei supporters riguardo questa gara.

Dopo il derby rovente, uno scenario del genere era quantomeno ipotizzabile, senza star qui a dire se sia giusto o meno quanto andato in scena ieri sera. Totti coi suoi pollici versi innescò il parapiglia finale, degenerato poi fuori dallo stadio con accoltellamenti ed altre porcherie che con lo sport non hanno niente da spartire, giustificandosi poi dicendo che "chi non è romano non può capire".

Cosa dirà adesso, il pupone? Come minimo potrebbe spegnere gli animi infuocati utilizzando le stesse parole: del resto lui è romano e potrà capire senza alcuna difficoltà le motivazioni che hanno spinto la Lazio a fargli (quasi) perdere il campionato.

Attenzione, non giustifico la condotta della Lazio, che sicuramente stride con quel concetto di sportività che 8 anni fa gli permise di rovinare la festa scudetto proprio all'Inter: dico solo che al di là delle dichiarazioni dei moralizzatori della domenica va compreso il fatto che quanto accaduto era ipotizzabile, e tutto sommato chi ha giocato a calcio si può rendere conto che ci poteva stare. Chissà, forse se fossi stato un calciatore laziale mi sarei comportato esattamente allo stesso modo.

Si tratta di campanilismo all'ennesima potenza, e qui l'Atalanta fermata dal Bologna sul pari - e quindi condannata alla B, a meno di miracoli - a mio modo di vedere c'entra poco o nulla. La mia personalissima opinione è che la gara dei biancocelesti non sarebbe cambiata di una virgola anche in caso di vittoria dei bergamaschi, e spiego sinteticamente il perchè.

Calendario alla mano, alla Lazio rimangono Livorno fuori e Udinese in casa, ovvero due formazioni che per motivi diametralmente opposti non hanno più nulla da chiedere a questo campionato, mentre gli orobici sono attesi da due impegni proibitivi a Napoli e poi contro il Palermo, squadre superiori e ancora in corsa per piazzamenti europei.

In sostanza, sarebbe cambiato poco, perchè dopo gli strascichi del derby di ritorno solamente una Lazio con l'acqua alla gola avrebbe trovato motivazioni sufficienti a fare da contrappeso alla tremenda voglia di vendetta nei confronti dei giallorossi. Senza il contrappeso, il risultato è stata la Lazio sparring partner di ieri sera.

E mentre in tutta Italia la faccenda ha assunto le proporzioni di un caso di Stato, mi chiedo: tutti i lapidatori occasionali, cosa avrebbero fatto al posto dei biancocelesti? Ce la vedete una Roma che a parti esattamente invertite dà l'anima pur non avendo obiettivi, al solo scopo di favorire la Lazio? Ce lo vedete un Torino salvo e spensierato che gioca alla morte contro il Milan, rivale della Juventus per un ipotetico scudetto? Stesso discorso per ogni accesa rivalità stracittadina, è inutile girarci attorno.

Inutile poi puntualizzare come l'Inter in tutto questo discorso c'entri poco o nulla. I nerazzurri hanno certamente beneficiato del clima amichevole creatosi, ma non è un qualcosa che è dipeso da loro in alcun modo. Fa quasi sorridere la Sensi che parla di Inter che "dovrebbe vergognarsi di vincere così", quando lei per prima sa benissimo che non è certo con loro che deve prendersela per lo spettacolo di ieri sera. Tra l'altro, i rapporti di forza tra le due squadre sono talmente evidenti che la partita avrebbe potuto prendere lo stesso indirizzo anche senza la cornice biscottata disegnata per l'occasione dalla curva biancoceleste.

Di certo c'è che a fine stagione, puntualmente, accadono sempre cose strane. Risultati già scritti e non quotati dalle agenzie di betting (vedi Chievo-Catania), gare dall'esito finale clamoroso e decisivo per la classifica finale (vedi la Reggina, che per due anni di fila si salvò grazie alla squadra campione d'Italia), e tante altre storie che rendono Lazio-Inter una storia già vista, ma che fa più rumore solo perchè resa eclatante dal comportamento sugli spalti di una curva fin troppo sovraeccitata.

Come ridurre questo fenomeno generalizzato? Forse pensando di introdurre i playoff per Europa e retrocessione, cercando così di coinvolgere più formazioni possibili fino alla fine della stagione, o aumentando le retrocessioni col ritorno a 4, ma lì poi nascerebbero complicazioni legate all'ulteriore allungamento di un calendario già improponibile. Il mio sogno in tal senso è e credo rimarrà tale: il ritorno della serie A alle care, meravigliose 18 squadre.

18 aprile 2010

Lazio sprecona, Roma spietata: è controsorpasso!


Derby alla Roma, scudetto quasi. La vittoria dei giallorossi nel derby di ritorno contro la Lazio sbaraglia la concorrenza non tanto per il vantaggio conservato in classifica, ma per come è maturata, ovvero con quel mix di circostanze fortunate proprie di chi ha il suo destino scritto negli astri di questo bizzarro campionato.

Il primo tempo dei giallorossi sembra riconsegnare le chiavi dello scudetto a Mourinho, che con la testa al Barcellona guardava la gara dall'alto di un provvisorio +2: una Roma in balia di una Lazio determinatissima a prendere due piccioni con una fava, detronizzando gli odiati rivali e tenendo a distanza la minacciosa Atalanta, va sotto con il gol di Rocchi, rischia il tracollo, poi trova la doppietta di Vucinic che vale il controsorpasso, e forse molto di più.

Gli dei del calcio sanno essere spietati, brutali, e talvolta i segnali che lanciano suonano come sentenze di un destino già scritto. La straordinaria serie positiva della Roma, ora arrivata a quota 24 partite, è piena di questi segnali: la vittoria di Firenze, dove già un pareggio sarebbe andato stretto ai viola, quella di Torino contro la Juventus al 94' firmata Riise, lo scontro diretto con l'Inter risolto da Toni nonostante i 3 legni colpiti dai nerazzurri e la gara di oggi, che poteva essere una disfatta, ma che dopo il rigore fallito da Floccari si è trasformata in un tripudio giallorosso.

La chiave del derby è tutta lì: una Lazio di lusso ha in apertura di secondo tempo un probabile match-point, con il calcio di rigore (non proprio cristallino) assegnatole per fallo di Cassetti su Kolarov. Sul dischetto non va il serbo, non va Rocchi, ma va Floccari, che fallisce clamorosamente. Pochi minuti e il calcio di rigore stavolta lo ha la Roma: Vucinic non fallisce, poi raddoppia su punizione, e tanti saluti ai sogni di gloria biancazzurri. I campionati, piaccia o no, si vincono così.

Un particolare su cui vorrei porre l'attenzione è il processo di beatificazione subito da Claudio Ranieri per la "mossa vincente" operata nell'intervallo, valsa da parte della Gazzetta dello sport il titolo di RANIERI SHOW.

La mossa in questione ovviamente è stata quella di togliere niente meno che Totti (capitano) e De Rossi (vice-capitano), in ombra e già ammoniti, per Taddei e Menez, ridisegnando la squadra con un 4-3-1-2. La bontà di questa scelta, che per molti esperti della domenica è stata la chiave della rimonta, a mio parere è e rimane parecchio discutibile, e sarebbe stata sottolineata con la matita rossa e una probabile crocifissione del tecnico di Testaccio se una sciagurata Lazio non avesse sciupato il rigore che avrebbe potuto uccidere la partita (poi girata attorno a quell'episodio).

Molto più facile però salire sul carro del vincitore, riponendo nella fondina le armi con le quali il tecnico romano sarebbe stato fatto a pezzi in caso di una sconfitta che per quanto visto in campo ci sarebbe potuta stare comunque, e incensando l'autore di questi due cambi privi di senso (a fine primo tempo) come uno stratega degno di Napoleone Bonaparte. Sì, è decisamente più semplice e giornalistico così: Ranieri ha vinto, viva Ranieri.

Un'ultima analisi sul parapiglia scoppiato a fine gara tra alcuni calciatori delle due squadre: l'evento scatenante è stato a quanto pare il gesto di Totti verso la curva Nord (vedi foto Gazzetta), che con il pollice verso indica la possibile retrocessione della Lazio in serie B. Per Reja, il Pupone meriterebbe dieci giornate di squalifica, per me uno che in Italia non è stato squalificato per aver mandato platealmente a fanculo (sorry) un arbitro tre volte non verrà certamente toccato dal giudice sportivo dopo una goliardata del genere. Un uomo navigato come Reja dovrebbe ormai saperlo, che in Italia certi giocatori sono ben diversi da tutti gli altri.

17 aprile 2010

Inter-Juve, derby d'Italia senza fine


In un clima sempre più tossico attorno alla sfera calcistica italiana è uno sforzo parlare di calcio giocato, ma ci provo comunque.

In un venerdì sera generalmente inusuale per gare di questo tipo, è andato in scena quello che è considerato il "derby d'Italia" tra Inter e Juventus, gara che da sempre racchiude al suo interno significati che vanno oltre i 3 punti, oltre i piazzamenti, oltre la logica.

Certo, c'è chi la pensa diversamente riguardo questa gara, come il solito barzellettiere Galliani che tempo fa asserì: "Non sono d'accordo con chi definisce l'incontro di stasera come derby d'Italia in quanto mi risulta che Inter e Juve siano staccatissime in Europa rispetto al Milan. Ed anche in Italia, mi sembra che oggi giocano la prima squadra contro la terza, e non c'è il Milan, che per numero di scudetti è la seconda". Ma si sa, per lui sproloquiare non è mai stato un problema.

Inter-Juve non è mai stata una partita come tutte le altre, ed anche ieri se ne è avuta una parziale dimostrazione. Parziale perchè fino a che le due squadre sono state in parità numerica si è assistito ad una gara equilibrata, non bellissima ma agonisticamente dura e ricca di tensione: l'espulsione di Sissoko ha poi spostato l'inerzia nettamente a favore dei nerazzurri, che in un secondo tempo arrembante hanno portato a casa il 2-0 che li tiene ancora in corsa per il tricolore grazie alla rete capolavoro di Maicon e al raddoppio a tempo scaduto di Eto'o.

Vediamo cosa ha detto questo derby d'Italia, analizzando la situazione delle due squadre.

INTER

Partiamo da una considerazione: l'Inter vista nel primo tempo fino all'espulsione di Sissoko non avrebbe neanche una chance di uscire vittoriosa dall'imminente doppia sfida col Barcellona. Tuttavia, considerando che le quattro sconfitte maturate in campionato dalla squadra di Mourinho sono arrivate tutte alla vigilia di un impegno di Champions, l'aver portato a casa un risultato fondamentale per la corsa allo scudetto è comunque di buon auspicio in vista della sfida dell'anno.

La sensazione comunque è che i nerazzurri siano stanchi, provati da un calendario fitto di impegni a cui finora la contromisura del turn-over è stata applicata con fin troppa moderazione. Alcuni elementi, come Milito (che tira la carretta da inizio stagione) e Pandev (che sta pagando adesso la lunga inattività, dopo un inizio sfolgorante) su tutti, stanno faticando parecchio nelle ultime uscite, ed appare evidente come l'innesto di Balotelli sia fondamentale a questo punto della stagione. L'attaccante appare in forma strepitosa, e i suoi ingressi in campo sono seguiti quasi sempre da un miglioramento del gioco offensivo. Sarà un caso? Non credo. Anche il rilancio di Quaresma potrebbe essere una soluzione per le gare sulla carta meno ostiche (come ad esempio quella con l'Atalanta in programma alla prossima giornata), al fine di preservare energie importanti per il rush finale.

Inter che comunque torna in testa, almeno fino a domani. La sensazione è che se la Lazio riuscirà a fermare la Roma difficilmente la situazione in testa alla classifica cambierà ancora, ma reputo comunque i giallorossi strafavoriti per il derby di domani pomeriggio e non dò eccessivo credito ai biancazzurri contro una squadra che in questo momento sposa un condizione fisica ottimale ad un rapporto con la dea bendata particolarmente positivo.

JUVENTUS

Zaccheroni e Chiellini ieri erano parecchio contrariati per l'operato del direttore di gara, reo di avere comminato a Sissoko una prima ammonizione che non c'era. Il mio parere è che attaccarsi ad una prima ammonizione come giustificazione parziale di una sconfitta è riduttivo, per il semplice fatto che in quella occasione sono stati ammoniti per reciproche scorrettezze sia Motta che Sissoko.

La presa di posizione di Damato è stata quella di ammonire per cercare di calmare degli animi che si erano infuocati fin troppo. La differenza è che mentre Motta è riuscito a finire il primo tempo, ed è poi stato sostituito da Stankovic, il maliano ha continuato a randellare incurante del giallo che già pendeva sulla sua testa, guadagnando gli spogliatoi senza protestare neanche.

La chiave della gara sostanzialmente è tutta lì, perchè per 37 minuti era stata una Juventus all'altezza dell'impegno e per nulla rassegnata ad un ruolo da sparring partner. Certo, tenere per un'ora con un uomo in meno sarebbe stata un'impresa proibitiva per una squadra che ancora fatica a trovare un'identità e che ormai naviga a vista da mesi.

Zaccheroni, ancora una volta, ha dimostrato di non avere le idee chiare e di aver perso la bussola. Prima 3-4-3, poi difesa a 4, adesso di nuovo il rombo con Diego dietro due punte: non c'è mai stata una forma precisa per questa squadra che nella gestione Zac ha fatto finora meno punti rispetto alla già disastrosa gestione Ferrara.

Proprio Diego, il fiore all'occhiello della campagna acquisti bianconera, è ormai diventato il vero fardello della squadra: non prende per mano le redini del gioco, non è mai nel vivo dell'azione, insomma è un giocatore assolutamente normale che finora ha fatto vedere cose positive solo nel primo mese e mezzo. Forse insistere su di lui è costato il posto a Ferrara, e sta pregiudicando la stagione anche di Zaccheroni, che ieri ha visto il miglior Diego della sua gestione. Figuriamoci cosa aveva visto finora, mi chiedo io.

Le ultime trasferte hanno portato 0 punti, dopo le sconfitte con Napoli, Sampdoria e Udinese, e adesso il Napoli è in corsia di sorpasso. Insomma, dopo la disfatta in Europa League è un crollo senza fine per questa Juventus che adesso rischia seriamente di restare fuori da tutto.

E pianificare sul futuro, in queste condizioni e con una dirigenza fatisciente, è praticamente impossibile.


Inter-Juve comunque non finisce qui, ci mancherebbe altro. Nel dopopartita da parte di Gianluca Ferri (Sky) è arrivata l'indiscrezione che comunque è quasi una notizia ufficiale della richiesta imminente da parte della Juventus della revoca dello scudetto assegnato a tavolino all'Inter: attenzione, non della restituzione, ma della revoca, particolare piuttosto curioso.

11 aprile 2010

Set point sfruttato, è sorpasso!


Parlare di serie A non è semplice, dopo la settimana in cui si è ufficialmente aperta la seconda tranche di Calciopoli, con tutto quello che sta venendo fuori e tutto quello che da martedì in poi potrà succedere a scuotere le fondamenta del campionato.

L'evento però è di quelli che non lasciano indifferenti nemmeno un appassionato attualmente molto deluso come il sottoscritto: l'Inter, dopo aver eluso il primo trappolone sorpasso qualche settimana fa grazie al pari del Milan a San Siro con il Napoli, non è uscita indenne dal curvone spalancatosi dopo la sconfitta di Roma, e adesso gli scenari in chiave scudetto vanno ribaltandosi sensibilmente.

L'ennesimo pareggio della banda Mourinho a Firenze ha spalancato la corsia ai giallorossi, che nell'agevole impegno interno con l'Atalanta non hanno fallito quello che a cinque giornate dalla fine considero non un match point, ma di certo un set point importante. Le sorti del tricolore adesso sono tutte in mano alla formazione di Ranieri, che con cinque vittorie sarebbe campione d'Italia senza curarsi dei risultati dei rivali.

Considerando che all'inizio del girone di ritorno il distacco tra le due formazioni era di 11 punti, l'impresa dei capitolini è clamorosa almeno quanto il rallentamento dell'Inter. I nerazzurri nel girone di ritorno hanno totalizzato 22 punti, contro i 35 dei giallorossi: all'andata, i campioni d'Italia in carica ne avevano fatti la bellezza di 45, e anche vincendo adesso le restanti cinque gare potrebbero solo arrivare a 37. Un suicidio sportivo in piena regola.

La domanda, adesso che il sorpasso è cosa fatta, è se adesso la squadra di Ranieri riuscirà a tenere fino a fine stagione, senza farsi prendere dal "mal d'alta quota". Perchè l'ostacolo maggiore, calendario alla mano, è proprio la scarsa dimestichezza della squadra e del suo tecnico a stare davanti, resistendo alle pressioni che questo comporta. I segnali che possa essere l'anno della Lupa, comunque, ci sono tutti: il tacco di Okaka al Siena a tempo scaduto (col ragazzo già pronto a partire per Londra, già ceduto al Fulham), le vittorie rocambolesche di Torino e Firenze (dove invece l'Inter ha raccolto la miseria di un punto), la sfida con la stessa Inter decisa da Toni ma che sarebbe potuta tranquillamente finita in parità, visti i tre legni colpiti dai nerazzurri.

La prossima giornata prevede un doppio confronto di cruciale importanza: il derby di Roma, dove la Lazio proverà a centrare la vittoria che potrebbe valere la salvezza anticipata e lo storico sgambetto agli odiati avversari, e il derby d'Italia, con una Juventus dal dente più che mai avvelenato in cerca di punti Champions, con l'occasione irripetibile di dare la definitiva mazzata ai nerazzurri.

Nerazzurri che hanno la Champions League, elemento che ne ha impreziosito l'annata ma che certamente ha influito non poco nel calo della squadra in campionato, mentre la Roma è concentrata, mentalizzata solo sull'obiettivo scudetto. Il doppio confronto col Barcellona richiederà un notevole dispendio di energie psico-fisiche, e questo è un altro particolare importante da mettere sul piatto della bilancia di questa lotta a due (col Milan non ancora del tutto fuori, ma decisamente staccato).

Insomma, lo slogan più famoso del Mourinho italiano, ovvero gli "zeru tituli" rischia di ritorcersi pericolosamente contro il tecnico lusitano, che adesso si trova nella situazione a lui inusuale di inseguitore in campionato, alle porte della quasi proibitiva sfida con il Super-Barça visto ieri nel clasico. La differenza tra il grande Slam e un pugno di mosche passa attraverso gli esiti degli incontri dei prossimi 10 giorni.

23 marzo 2010

Scudetto, tutto in 5 giorni


L'Inter questo scudetto lo starà anche buttando, ma nessuno, proprio nessuno sembra aver intenzione di raccogliere tanta grazia e sovvertire pronostici e inerzia del recente passato.

L'Inter vista a Palermo, da molti giudicata stanca, a mio avviso ha dato un ulteriore segnale di rinascita anche dal punto di vista della freschezza psico-fisica, dando ulteriore conferma alla mia tesi, che vedeva i nerazzurri in flessione più per l'impegno di Champions che per altre ragioni che i tuttologhi del pallone hanno accampato qua e là.

Certo, un pari è sempre un pari, e il punto del Barbera non è troppo diverso in termini quantitativi rispetto a quelli di Parma e della gara interna col Genoa. In termini di qualità si è però vista a tratti la stessa squadra che ha saccheggiato Londra, su un campo dove la squadra di casa non lasciava nulla all'avversario da 7 partite e dove un pari è un risultato tutto sommato decoroso anche per una squadra a serio rischio sorpasso come quella di Mourinho.

Già, il sorpasso. Domenica sembrava tutto pronto per l'evento forse più significativo dell'intera stagione, ovvero il cambio al vertice della classifica dopo mesi di tirannia nerazzurra che sembrava aver stritolato ogni speranza di un finale di campionato incandescente.

Il secondo colpo di Stato, però, è fallito così come quello preparato a fine gennaio nel derby di ritorno. Il Napoli, al cospetto di un Milan incerottato (senza Ambrosini, Borriello, Nesta e con diversi pezzi da museo in campo per mancanza di alternative) strappa il pari con merito in una gara che sarebbe potuta comunque finire in qualsiasi modo, e lascia i nerazzurri soli in testa alla classifica, con la Roma che quatta quatta si piazza a -4 e prepara la gara della vita sabato sera nello scontro diretto che potrebbe rivoluzionare gli scenari di questo campionato.

Nel frattempo, penso a quanto sta pesando il Livorno, in questa corsa scudetto. I labronici, fanalino di coda della classifica, dei 24 punti complessivi ne hanno ottenuti 2 contro la squadra dell'amore (0-0, 1-1), 4 contro i giallorossi di Ranieri (0-1, 3-3), mentre hanno perso la gara d'andata coi nerazzurri (prossimi avversari nel turno infrasettimanale di mercoledì) al Picchi per 2-0. Insomma, questo dato è significativo per rafforzare l'importanza dei punti persi contro le cosiddette piccole, spesso decisivi per la vittoria del tricolore.

Altro dato importante: l'Inter ha solo un punto più del Milan, nonostante abbia vinto entrambi gli scontri diretti. Tradotto, nel complesso la squadra più innamorata d'Italia ha fatto ben 5 punti in più della capolista nelle altre gare, viaggiando ad una media punti superiore, derby esclusi.

Insomma, si continua a dire che l'Inter è la più attrezzata (vero), la più forte (vero) e che è favorita per la vittoria finale, ma i segnali inviati da questo campionato dicono che questo potrà forse valere ancora solo se la squadra di Mourinho riuscirà ad uscire dalle due prossime gare ancora in testa alla classifica. E per fare questo, è probabile che sia costretta a fare bottino pieno, il che significherebbe vincere a Roma sabato prossimo. Viceversa, è pensabile che il sorpasso non avvenuto domenica potrebbe essere posticipato alla prossima, visto il calendario decisamente abbordabile dell'innamoratissimo Milan di Leonardo.

Due giornate, ancora due giornate per capirci qualcosa, poi potrà davvero iniziare un nuovo campionato, o chiudersi definitivamente questo. Il mio giudizio complessivo su questa serie A, comunque sia, non credo cambierà di una virgola.

15 marzo 2010

C'era una volta la serie A


C'era una volta il campionato più bello del mondo, dove tutti aspiravano a giocare. C'era una volta il campionato delle sette sorelle, che poi puntualmente si riducevano a 2-3, ma che erano comunque talmente forti ai nastri di partenza da non dare alcun punto di riferimento su chi avrebbe potuto vincere realmente il tricolore.

C'era una volta un campionato straordinario. C'era, ma ormai da tempo non c'è più, lasciando il posto ad una serie A scadente, poco affascinante e qualitativamente non all'altezza di una Premier arrivata a livelli siderali e di una Liga che comunque, pur perdendo qualche colpo, rimane sempre un passo avanti. Dati imbarazzanti anche nei confronti di quei paesi che per tanto tempo ci siamo illusi di aver messo dietro in modo netto, ovvero Germania e Francia: i tedeschi hanno una squadra in Champions (Bayern) e tre in Europa League (Wolfsburg-Werder-Amburgo), mentre i piccoli francesi della modesta Ligue 1 zitti zitti hanno Lione (di sicuro) e Bordeaux (quasi) a giocarsela con le top d'Europa, con Lille e Marsiglia a giocarsi l'Europa di servizio.

Noi? Se l'Inter fa il miracolo, evitando di farsi sbriciolare dal Chelsea, e la Juventus non combina disastri al Craven Cottage, avremo due formazioni nei quarti con la consapevolezza che difficilmente si arriverà in fondo, per un semplice motivo: gli altri sono più forti, punto.

La serie A, dicevamo, ovvero un campionato che non ha più una credibilità, e che puzza di marcio lontano chilometri. Alla ventottesima giornata, siamo veramente ad un passo dallo scadere nel ridicolo.

La Juventus, e dico, la Juventus, stoppa la sua rincorsa facendosi rimontare tre reti da questo Siena in vena di imprese (come quella quasi riuscita a San Siro), ma che staziona ancora tristemente a fondo classifica. Da 3-0 a 3-3, così, come una finale di Istanbul qualsiasi. E la cosa più clamorosa è stata sentir dire in settimana a Zaccheroni che questa squadra deve quasi "scegliere" tra corsa al 4° posto ed Europa League, perchè non ce la fa a "spalmare" le energie sul doppio appuntamento.

Ora, io mi domando e dico: questo romagnolo qua, che tanto bene dicono stia facendo alla Juve (far meglio di Ferrara non è che fosse impresa improba) si rende conto che guida una squadra che ha una storia di vittorie, o pensa di essere ancora all'Udinese? E la cosa peggiore è che di questa cosa i giocatori sembra che se ne stiano convincendo, anche se Del Piero per fortuna ieri ha dato segni di sanità mentale dicendo che se il Siena ha pareggiato non è certo colpa dell'Europa League.

Questo atteggiamento rientra nel ridimensionamento delle nostre squadre nei confronti di un'Europa che mai come adesso, fa paura e mette soggezione: la squadra con più scudetti in Italia, deve scegliere se è meglio andare avanti nell'Europa bis o concentrare gli sforzi nel raggiungimento di un obiettivo come il quarto posto che sembrava persino offensivo a inizio stagione. Delirio, delirio puro, ma a quanto pare certi giornali appoggiano anche tali follie.

E intanto, il Milan in love si è portato a -1 dall'Inter grazie ad una prestazione in perfetto stile Manchester ma che in Italia, vuoi per un gol che annullano (agli altri), vuoi per un rigorino che c'è ma non si vede (sempre per gli altri), basta e avanza. Mi sono già dilungato in altri post esprimendo la mia opinione sulla legge del "bilanciamento dei torti e dei favori", legge alla quale questo Milan pieno di sentimento e di calcio bailado si sta sottraendo come un evasore fa con le tasse da pagare.

L'amore ha trasformato 3 potenziali non vittorie come quelle di Bari, Firenze e di ieri in casa col Chievo in 9 punti sonanti. Inutile girarci attorno, la differenza tra la classifica che il Milan attuale ha e quella che dovrebbe avere sta tutta lì, e cioè in un vento diciamo "aleatorio" che porta, nel dubbio, a favorire sempre, e dico sempre la stessa formazione. La crisi dell'Inter ha poi fatto il resto, ma questo mi pare fin troppo ovvio.

E così, ci troviamo nella paradossale situazione in cui quella squadra capace di incassare 13 gol in 360' con Inter e Manchester Utd si trova in una posizione quasi favorevole per la vittoria finale dello scudetto, giusto per avvalorare la tesi di una serie A ormai ai minimi storici in quanto a credibilità e qualità di formazioni in gioco.

I principali quotidiani sportivi hanno fatto solo minimi accenni al gol regolare annullato a Yepes che, visto il Milan di ieri, al Chievo sarebbe potuto bastare e avanzare per portare a casa i 3 punti. Si parla del gran gol di Sìdorf, dell'urlo del Milan, mentre le moviole si sono limitate ad affermare che il gol era "difficilissimo da convalidare". Che dire, quando fino a qualche tempo fa bastavano 3 millimetri di fuorigioco per versare fiumi di inchiostro?

Il trend però va avanti, e prosegue quasi inarrestabile. La classifica dice ancora Inter, le proiezioni future no, ma è innegabile anche per il più accanito sostenitore rossonero che in questo campionato la squadra più forte non è certamente quella di Leonardo, anche se dalla sua ha l'amore, tanto amore. E senza quell'amore, probabilmente questo Milan si starebbe giocando il quarto posto in mezzo al guado, ma questa è solo opinione personale.

Insomma, pensare che questa la squadra più attrezzata del campionato, si ritrovi a perdere la brocca per la pressione di un impegno come quello col Chelsea la dice lunga sul livello a cui siamo arrivati: e mentre i Blues fischiettando passeggiano (come se martedì a rimontare non debbano essere loro) contro un West Ham che da noi potrebbe piazzarsi a centro classifica, la squadra di Mourinho si è lanciata in una sorta di tunnel di isterismo e paranoia che sta portando a quello che è sotto gli occhi di tutti. E cioè sta dando la possibilità ad una squadra che considera la mediocrità un sinonimo di calcio spettacolo di vincere un titolo che sembrava inarrivabile fino a poche settimane fa.

Signore e signori, questa è la serie A. Buona visione.

13 marzo 2010

Inter, prove tecniche di suicidio


La storia del nostro campionato è piena di situazioni in cui la squadra che domina per buona parte della stagione, tra gli elogi degli addetti ai lavori, si ritrova alla fine con un pugno di mosche in mano e con l'amarezza di un titolo già dato per vinto e poi sfumato proprio a pochi metri dal traguardo.

Viene da pensare al naufragio della Juventus di Ancelotti a Perugia, in un'annata di cui ricordo i titoli entusiasti sui giornali per una squadra che obiettivamente giocava un gran calcio e che a poche giornate dalla fine godeva di un rassicurante +9, prima che la Lazio operasse il sorpasso decisivo in quella giornata infinita.

E come dimenticare il suicidio sportivo della stessa Lazio di Eriksson, più forte, più attrezzata e con 7 punti in più del Milan di Zaccheroni, ma che alla fine si ritrovò beffata da quella squadra che giocava con Sala, Helveg e Guly.

L'annata del famoso 5 maggio fu per certi versi un pò diversa, anche se pur sempre clamorosa, perchè lì non ci fu mai una squadra che dominò nettamente il campionato con distacchi importanti, bensì un'Inter che si ritrovò per le mani un titolo che poi distrusse nello sciagurato pomeriggio dell'Olimpico.

Quello che sta accadendo in questa stagione rientra nelle dinamiche già viste in questi campionati, perchè adesso non si può più parlare di un'Inter troppo più forte delle avversarie e di campionato già chiuso. I numeri sono lì, impietosi: nelle ultime 6 gare, la squadra di Mourinho ha collezionato 6 punti, frutto di una vittoria, tre pareggi di cui due in casa, e la grave sconfitta di ieri a Catania.

Brutta a Parma, dove non è stata in grado di battere una squadra in crisi e in dieci, non brillante a Napoli, dove è stata a lunga messa sotto dagli azzurri, irritante in casa col Genoa, inguardabile ieri a Catania. La prova di carattere di Udine e la reazione orgogliosa alla doppia inferiorità numerica contro la Sampdoria completano il quadro di quella che è l'Inter dell'ultimo mese e mezzo, e cioè una squadra nevrastenica, involuta e forse col Chelsea fin troppo fisso nei propri pensieri.

Anche nell'analisi della gara coi blucerchiati, è da precisare che fino a quando non è rimasta in 9, la squadra nerazzurra non aveva certo incantato. Successivamente, quando la gara si era messa in un modo disperato, è uscito fuori l'orgoglio da grande squadra e la voglia di non perdere quell'imbattibilità interna tanto cara al suo allenatore. Forse sarebbe stato ancor più da grande squadra non farsi cacciare due uomini in 35', visto che da quella notte folle sono iniziati parte dei problemi dell'attuale Inter.

E adesso, siamo alla svolta più importante della stagione. Se domani il Milan batte il Chievo si porterà a -1 dai nerazzurri, e considerata la difficile trasferta di Palermo che attende la squadra di Mourinho sabato prossimo non è delirio pensare che nel giro di 8 giorni potremmo assistere ad un sorpasso che dopo il derby di ritorno sarebbe stato impensabile, con la Roma pronta a rosicchiare punti preziosi per inserirsi in una futura volata.

Un altro dato importante: l'Inter da qui alla fine del campionato dovrà rendere visita a Fiorentina e Roma, oltre che alla già citata trasferta di Palermo. Il Milan, di questre tre trasferte dovrà sostenere soltanto quella in Sicilia, e questo potrebbe avere il suo peso qualora domani il distacco tra le due squadre dovesse davvero assottigliarsi in modo sensibile.

Sarà importante vedere cosa succederà dopo la gara di ritorno con il Chelsea, giudicata da molti (me compreso) una delle possibili cause del calo della capolista, per via delle eccessive pressioni portate dal doppio confronto e da una storia recente in Champions che li ha visti uscire sempre agli ottavi.

Se, comunque vada martedì, tornerà l'Inter che a lungo ha dominato la stagione e che è sembrata capace di assassinare il campionato, probabilmente il campanello d'allarme rientrerà, ma se dovesse persistere l'apatia che ha contraddistinto l'ultimo periodo di scarsi risultati allora potremo davvero prepararci alla possibile fine di un dominio che paradossalmente non era mai sembrato inattaccabile come quest'anno.

Certo, tante saranno le cose da vedere da qui a qualche settimana: la capacità del Milan di tenere senza Nesta, vero perno della difesa perso per tutta la stagione e l'attendibilità della Roma di Ranieri come possibile outsider.

Una cosa comunque è certa: il campionato non è mai stato così aperto come adesso.

02 marzo 2010

Prime squalifiche, chiaramente nel nome del padre..

C'è da sbellicarsi dalle risate, davvero. Il provvedimento anti-blasfemia è partito solo da qualche giorno, ma già offre grandissimi spunti ai migliori comici d'Italia, e ci relega ufficialmente a Paese barzelletta d'Europa per manifesta superiorità rispetto a tutti gli altri.

Puniti il tecnico del Chievo Di Carlo, e i giocatori Lanzafame del Parma e Scurto della Triestina, mentre è stato scagionato dalla prova tv il centrocampista clivense Marcolini con il seguente comunicato:

"Il calciatore clivense, uscendo dal terreno di gioco in conseguenza dell'espulsione inflittagli dall'arbitro pochi attimi prima, proferiva apparentemente un'espressione gergale, in uso nel Triveneto e in Lombardia, con becero riferimento a 'Diaz' e non a Dio (il diverso movimento delle labbra nelle pronuncia della vocale aperta 'A' rispetto alla vocale 'O' legittima quanto meno un'incertezza interpretativa)"


Siamo al delirio, ed è solo l'inizio. Chiunque con un pò di materia grigia nella scatola cranica si renderebbe conto di quanto è scandaloso un provvedimento del genere, non prima di essersi sbellicato dalle risate ovviamente.

Rendiamoci conto, si è appurato che Marcolini ha detto Diaz e non Dio grazie AL DIVERSO MOVIMENTO DELLE LABBRA NELLA PRONUNCIA DELLA VOCALE FINALE, roba che anche il RIS impallidirebbe.

Mi dispiace tornare sull'argomento, ma mi chiedo come sia stato possibile arrivare a tanto, e soprattutto mi chiedo perchè un italiano sia oggetto di prove e controprove tv (senza contare il rischio di cacciata immediata se l'arbitro travisa le parole del calciatore), mentre africani, georgiani, slovacchi, tedeschi e compagnia bella potrebbero tranquillamente lasciarsi andare al festivale della smoccolata senza incorrere nel minimo rischio di sanzione.

Benvenuti in Italia, terra di bigotti e cervelloni. Non c'è che dire, ormai siamo proprio il paese delle banane..

25 febbraio 2010

Da Firenze con amore..


Solo qualche giorno fa sottolineavo come la famosa "legge di compensazione" degli errori arbitrali fosse in buona sostanza una sorta di jolly da utilizzare quando gli argomenti vengono meno e non si riesce ad uscire in alcun modo da situazioni oggettivamente imbarazzanti.

E a tal proposito, ho puntato il dito contro quella sorta di immunità di cui gode dall'inizio della stagione il Milan dell'amore, squadra che conta più di ogni altra della serie A un saldo attivo di punti scaturiti da decisioni arbitrali favorevoli quasi impressionante. Dopo il regalone di domenica a Bari, che ha permesso alla squadra di Leonardo di sfoderare poi l'ottima prestazione e conseguire la successiva vittoria, ieri a Firenze è andato in scena l'ennesimo capitolo di una saga partita da Milan-Roma dell'andata e arrivata probabilmente al suo culmine più estremo.

A 3' dalla fine, l'arbitro Rosetti (che mi chiedo per quale ragione sia ancora considerato il migliore d'Italia, vista la miriade di errori che sta costellando il suo campionato) decide di applicare un'assurda regola del vantaggio, facendo correre su un fallo in area ai danni di Montolivo. Probabilmente, il direttore di gara è stato contagiato da tutto l'amore rossonero, e ha interpretato l'abbraccio di Thiago Silva come un atto di affetto sfrenato verso il centrocampista gigliato, ma questa è solo un'ipotesi che comunque non può essere più assurda di qualsiasi altra che possa giustificare una decisione del genere.

Neanche a farlo apposta, poco dopo segna Pato e proietta il Milan a -4 dall'Inter, scatenando l'ira dei Della Valle e di Prandelli, i quali hanno preferito trincerarsi dietro un silenzio stampa che li avrebbe protetti da eventuali squalifiche.

Che dire, Rosetti evidentemente porta bene al Milan: la sera di Milan-Roma c'era lui, e tutti si ricordano come è finita (o male che vada c'è youtube); in Bari-Inter c'era lui, e la non espulsione di Bonucci è stato chiaramente un errore importante; in Napoli-Inter c'era lui, e non ha visto un mani di Aronica piuttosto semplice; e ieri, bè, quello che è successo è fin troppo evidente. (Tanto per completezza di informazione, indovinate chi era l'arbitro di Lazio-Fiorentina 2005 che non ha visto la "parata" di Zauri?)

Insomma, altro che compensazione e baggianate varie: in quattro giorni, il Milan regolamento alla mano avrebbe potuto raccogliere 1-2 punti in due trasferte, mentre ne ha raccolti 6.

Ed è simpatico sentire proprio dalla bocca del presidente della serie A (oltre che del Milan, ma è un dettaglio) Galliani - uscito scortato dal Franchi per evitare il pubblico linciaggio - uscire frasi del tipo: "Bisogna calmare gli animi".

Se per una volta la cosiddetta uniformità di giudizio toccasse anche la squadra che lo riguarda, forse sarebbe meno sereno anche lui. Facile criticare il silenzio stampa degli altri, facile fare della morale spicciola quando sei tu il primo assoluto beneficiario di una situazione ormai assolutamente fuori controllo.

Anche se con l'amore, e solo con l'amore si risolve tutto: si giocano gare con due mesi di ritardo, si bypassa ripetutamente il regolamento e si vince grazie a situazioni paranormali che con il calcio giocato hanno poco o nulla a che fare. Sempre con amore. Perchè con l'amore ogni impresa è possibile.

Buon campionato a tutti (ovviamente con amore).

23 febbraio 2010

La regola del sospetto..

 
La stangata memorabile inflitta all'Inter dopo i fatti di sabato sera dà certamente ancora più pepe al campionato, accrescendo il fattore incertezza che dopo il derby di ritorno sembrava aver raggiunto i minimi storici anche per quest'anno. Poco da dire, le squalifiche erano nell'aria e domenica i nerazzurri affronteranno la complicata trasferta di Udine con gli uomini contati e senza il proprio allenatore per 3 turni.

Vorrei smontare l'idea del complotto, perchè non credo assolutamente a questa possibilità, ma vorrei allo stesso tempo fare luce su alcuni aspetti.

Come ho detto nel post precedente, non c'è da demonizzare l'operato di Tagliavento sabato sera (come ho visto su alcuni blog), ma allo stesso tempo prendo le distanze dalla beatificazione ricevuta dal direttore di gara su Sky Sport, poco dopo il fischio finale. Concentriamoci sull'episodio chiave, da cui sono nate manette, squalifiche e parapiglia negli spogliatoi: l'ammonizione di Pazzini.

Continuo a dire, a distanza di giorni, che l'intervento dell'attaccante doriano era da sanzionare (seguendo il metro di giudizio di Tagliavento) con il rosso diretto, perchè ritengo che assestare un calcione a palla lontana ad un difensore che ti urta nella foga di tornare verso la sua posizione è un comportamento che fornisce tutti gli estremi per l'espulsione. Così non è stato, e da quella che a mio parere è stata l'unica sbavatura della prestazione del direttore di gara è nato tutto quello che sappiamo. Mi pare anche inutile aggiungere che Mourinho ha esagerato, e che quello che è successo i nerazzurri coinvolti se lo sono cercato, ma ciò non  toglie che tutto provenga da quella che è stata, ai miei occhi, una mancanza di uniformità di giudizio.

Comunque sia, Tagliavento esce dal campo e da più parti viene applaudito per la direzione di gara inflessibile e per nulla assoggettata al blasone diverso delle due formazioni, il che ovviamente in Italia è considerata merce rarissima. E cosa va a succedere 24 ore più tardi? In Bari-Milan non viene assegnato un rigore grande come una casa al Bari, con tanto di espulsione susseguente per doppio giallo a Bonera.

Senza nulla togliere alla grande prestazione del Milan, riconosciuta dallo stesso Ventura, se al 27' del primo tempo un Gava tutt'altro che impavido avesse concesso quel rigore solare si sarebbe creata una situazione tutt'altro che simpatica, per i rossoneri: probabilmente sotto di un gol, probabilmente sotto di un uomo e costretti a togliere un uomo d'attacco per risistemare la falla che si sarebbe venuta a creare in difesa. Avrebbe vinto? Chi lo sa, sta di fatto che in una situazione non difficile da valutare, ma assolutamente cruciale, è successo l'esatto opposto di quanto accaduto la sera prima a San Siro.

La tanto decantata "legge di compensazione" secondo la quale a fine anno torti e favori si bilanciano, è un teorema che francamente non mi ha mai entusiasmato e lo vedo solo come luogo comune che alla fine nella pratica non ha nè un riscontro, nè un senso. Andate a chiedere per esempio alla Lazio di Eriksson scippata all'ultima giornata dello scudetto 1998-99, se quel contrasto Mirri-Salas era "compensazione".

Con questo cosa voglio dire? Semplicemente che non c'è nessun complotto anti-Inter, la quale ha avuto torti arbitrali nell'ultimo periodo, ma che è stata sicuramente avvantaggiata in altre situazioni (vedi Chievo), mentre dati ed episodi alla mano devo riconoscere che la bilancia di casa rossonera pende ancora in modo netto da una sola parte.

Partendo da Milan-Roma dell'andata, gara in cui i rossoneri uscirono da un'apnea totale grazie a due regali del direttore di gara, alla gara del San Nicola, diversi sono stati gli arbitraggi pro-Milan a far discutere (derby di ritorno compreso), così come ha fatto discutere questo Fiorentina-Milan finito al 24 febbraio in barba alle canoniche 3 settimane di slittamento per le gare rinviate. Non ricordo, sinceramente, episodi importanti a concorrere per il tanto decantato "bilanciamento".

Nessuna congiura annunciata, intendiamoci. Chiaro che però certe situazioni vadano considerate, riviste e magari messe a posto, perchè se da un lato è vero che l'incertezza aumenta l'interesse attorno al prodotto campionato, è anche vero che ci sono un insieme di fattori (ad esempio, un vicepresidente di Lega che è vicepresidente vicario di un club) che, se dovessero persistere, ne minerebbero una credibilità già più volte fatta a pezzi.

21 febbraio 2010

Inter, just relax, take it easy..


L'eco della parola "complotto" risuonava a San Siro ben prima del fischio d'inizio di Tagliavento. Uno striscione esposto dalla curva nerazzurra mostrava tutte le paure per un calcio italiano sempre più bistrattato in Europa e per un incontro di Champions alle porte che potrebbe trasformarsi in una sorta di "polizza di indennizzo" per un Chelsea scippato della finale solo pochi mesi fa.

La gara coi londinesi incombe, il nervosismo sale, e così succede che per dieci minuti praticamente non si gioca. Falli a ripetizione, interruzioni continue, e diciamolo, un'Inter non brillante.

Guardando la gara con gli occhi di Mourinho, sembrerebbe di assistere ad un attentato in pieno stile-Ovrebo (o Moreno, tanto siamo lì). La realtà è stata, effettivamente, ben diversa, e i colpevoli vanno ricercati principalmente nei due centrali nerazzurri (Samuel e Cordoba), che nonostante un bagaglio di esperienza enorme si sono fatti letteralmente mettere in saccoccia da un Pozzi decisamente più furbo di loro.

Capitolo Samuel: poteva andare fuori già al 28' per un fallo assassino su Pozzi (che almeno stavolta ha poco da accentuare), beccandosi un giallo, poi tre minuti dopo ci va in modo diretto per la manata allo stesso attaccante doriano. Scoppiano le protese a San Siro, ma c'è poco da protestare: il mistero si chiarisce (almeno per me) quando un mio amico dallo stadio mi chiama a fine primo tempo per chiedere informazioni sulla dinamica dell'accaduto, visto che nella curva nerazzurra tutti pensavano ad un tocco netto di braccio di Pozzi che però non c'è.

Capitolo Cordoba: una prima ammonizione che a regolamento è automatica (esce dalla barriera prima del fischio dell'arbitro), una seconda che personalmente qualche dubbio lo lascia. La furbata di Pozzi è volare senza ritegno alcuno appena sente il fiato del colombiano, il cui errore è invece quello di andare a commettere un'infrazione del genere con un giallo già sul groppone.

Insomma, uno sbarbatello che fa cacciare due difensori della caratura di Samuel e Cordoba non è cosa da tutti i giorni, ma è quello che è successo a San Siro, e fin qui c'è poco da recriminare.

Quello che secondo me è stato valutato in modo forse troppo lieve è il gesto di Pazzini, che probabilmente avrebbe dovuto guadagnare la via degli spogliatoi ben prima del quarto d'ora finale. Lucio lo urta nella foga di uscire dall'area piccola, e l'attaccante gli assesta un bel calcione in modo del tutto intenzionale: atteggiamento violento, rosso automatico. E dato che a pochi minuti di distanza c'è stata la seconda espulsione, è facile capire che quell'episodio avrebbe potuto modificare in modo sostanziale la gara.

Le manette di Mourinho (che già spopolano su blog e siti vari) sono la perfetta fotografia di uno stato d'animo non tranquillo del portoghese, che più volte ha esternato le sue perplessità riguardo il metro di giudizio dei direttori di gara contro la propria squadra. E non ha nemmeno tutti i torti, ma non è questo il punto.

Il punto è che il nervosismo mostrato dalla capolista nella prima mezz'ora di ieri è sintomatico di una pressione che sta diventando insostenibile e andrà affievolendosi solo quando il Chelsea, comunque vada, sarà alle spalle. E un anno fa, a cavallo della doppia sfida con il Manchester, successe esattamente la stessa cosa.

La gestione del doppio impegno è sì faticosa, ma non deve diventare un'ossessione, specialmente in considerazione del fatto che la squadra ha dimostrato anche ieri (se mai ce ne fosse stato bisogno) di essere forte, avere carattere e poter tranquillamente affrontare gli inglesi a viso aperto, a differenza degli anni passati in cui arrivava in riserva e con evidenti problemi di gioco.

Avrebbe retto, il Chelsea, in 9 contro 11 per un'ora, sfiorando la vittoria e rischiando poco o nulla? Questo dovrebbero chiedersi i nerazzurri, e la risposta è che il Chelsea visto ieri contro il Wolverhampton forse ci avrebbe anche lasciato le penne.

Semmai, c'è da lavorare sulla tenuta nervosa di una squadra che sembra soffrire terribilmente l'avvicinarsi di un appuntamento di importanza cruciale, e che cela al suo interno anni e anni di delusioni da cancellare. E la soluzione non è ammanettare il direttore di gara, ma trasformare questa tensione evidente in energia positiva, per evitare che anche stavolta finisca come troppo spesso è accaduto nel recente passato.

Per usare una frase di quel Cat Stevens tanto caro a Leonardo, verrebbe da dire "Inter, just relax, take it easy"..

15 febbraio 2010

Chi nasce tondo..

Ho pazientemente aspettato che succedesse, perchè tanto è risaputo che chi nasce tondo non può morire quadrato. E infatti, alla prima sbandata, ecco che Zamparini coglie subito l'occasione per mettere in croce il suo allenatore, autore fin qui di un lavoro a dir poco straordinario. Come con Zenga, il nodo è sempre l'impiego di Javier Pastore.

"Oggi è stata una bestemmia al calcio non fare giocare Pastore dal primo minuto. Lo considero un atto di poco coraggio da parte del mio allenatore. A lui ho detto che si sarebbe assunto la responsabiltà di questa scelta. Da ora in poi voglio vedere in campo sempre Pastore e Hernandez che saranno i perni della squadra del prossimo anno. Il Palermo ha perso perchè non è stato umile. Adesso basta parlare di Champions in campo e sui giornali. Questa sera in campo c’era solo la Roma, che ha fatto 4 gol..in tre tiri. E’ assurdo il modo con cui abbiamo preso i gol questa sera. Bovo è stato inguardabile, ha fatto errori da circo. Non posso giustificarlo. Per me, adesso scatta l’allarme difesa perchè nelle ultime due trasferte abbiamo subito ben otto gol. La Roma ha giocato con il Palermo come fa il gatto con il topo."


Guai a non far giocare il cocco di casa, anzi, i cocchi: la loro assenza in campo, secondo l'uomo che stava per mandare Guidolin dallo psicanalista, giustifica il 4-1 subito a Roma. Peccato che se solo capisse qualcosa di calcio, si sarebbe reso conto, il Zampa, che a Roma il Palermo ha giocato una buona partita contro una squadra a cui per adesso gira tutto bene, capace di fare (bontà sua) 4 gol con 4 tiri in porta.

Ma questo non conta. E anche Rossi, poco alla volta, starà iniziando a capire cosa vuol dire lavorare alle dipendenze di uno che finchè si vince a Milano alla grande (2-0) o in casa con la Fiorentina (3-0) ti ama alla follia, e quando invece si perde inizia a sproloquiare, mettendo il becco nelle decisioni tecniche.

Era già successo dopo Bari, dove non gradì l'ingresso di Melinte (a cui fu pubblicamente dato del brocco) che si macchiò dei due errori costati la sconfitta, è successo dopo Roma. A posteriori, parlare è fin troppo facile: da sempre, i migliori allenatori sono quelli del lunedì al bar, no?

Chissà quali sarebbero state le dichiarazioni del presidente nel caso in cui il Palermo senza i due "gioielli" in campo avesse sbancato l'Olimpico. Probabilmente quello che ha detto dopo la vittoria di San Siro, in cui tra l'altro Pastore giocò solo la mezz'ora finale: chissà, magari un'ode al mago Delio.

In un post di qualche tempo fa sugli esoneri chiudevo proprio parlando di Rossi, e di un momento felice che probabilmente sarebbe durato il tempo di una o due batoste. Ero stato amaramente profetico.

Già, perchè chi nasce tondo..

25 gennaio 2010

Derby all'Inter, Milan ridimensionato!


Mai prestare eccessiva attenzione alle indicazioni fornite dal campionato, prima di una gara come il derby. Come fino a qualche giorno fa scrivevo, lo scenario che accompagnava la stracittadina meneghina era in qualche modo simile a quello di un possibile colpo di Stato: mai l'Inter era sembrata così fragile come nelle ultime settimane, mentre il Milan scoppiava di salute macinando gol, gioco e avversari.

Il confronto di ieri però, anzichè rafforzare le nuove convinzioni della squadra di Leonardo, le ha sbriciolate, rimettendone a nudo difetti e carenze e riconsegnando al campionato una verità: al di là di tutto, l'Inter è e rimane la squadra più forte di questo campionato.

Dall'approccio alla gara, questo derby sembrava addirittura la fotocopia di quello del 29 agosto, con un'Inter padrona del campo e vicina al gol in più occasioni, ed un Milan in balia degli eventi e incapace di offrire una resistenza adeguata agli affondi di SneijderMilito e Pandev. L'espulsione dell'olandese poteva essere lo spartiacque della gara, privando i nerazzurri di un uomo cardine della manovra offensiva e regalando ai rossoneri una importante superiorità numerica per oltre un'ora, ma così non è stato: l'Inter ha saputo riorganizzarsi e colpire quando serviva, mentre un Milan arruffone e con un Ronaldinho sempre disinnescato si è infranto sul muro interista e su un immenso Julio Cesar.

Nella serata della verità, la squadra di Mourinho ha sfoggiato una prestazione in qualche modo similare a quella dell'andata, contro un avversario che però nel frattempo aveva trovato la sua quadratura e guadagnato il giusto rispetto sul campo. Per questo, è una vittoria che vale forse anche di più.



Le ha azzeccate tutte, il sempre troppo criticato Mou: dal rombo, preferito al 4-2-3-1 delle ultime uscite, alla scelta di Pandev dal 1' al posto di Balotelli, dal rilancio di Santon all'intuizione di lasciare il macedone in campo per battere la punizione del 2-0, prima di sostituirlo per ripararsi dall'assalto finale del Milan. In sala stampa, poi, le bordate a Rocchi hanno dato pepe al dopo gara: l'operato del direttore di gara ha lasciato perplessi un pò tutti, e forse andava designato un direttore di gara più esperto nel tenere in pugno una gara del genere.

In campo, i nerazzurri hanno vinto praticamente tutti i confronti diretti: perfetti Samuel e Lucio (espulsione e parte) nell'arginare Borriello, monumentali Zanetti e Cambiasso nel soffocare Pirlo, mentre Maicon si è sdoppiato alla grande nel ruolo di incursore e dirimpettaio di Ronaldinho. Davanti poi Milito e Pandev hanno  dato vita ad una prestazione sontuosa, creando costanti pericoli alla retroguardia rossonera e sacrificandosi tantissimo nell'estenuante lavoro di copertura una volta espulso Sneijder (il migliore in campo, fino alla sciagurata espulsione).

Nel Milan, l'assenza di Nesta ha pesato anche sulla prestazione di Thiago Silva, che senza il difensore romano ha perso un punto di riferimento importante, ritrovandosi accanto un Favalli che a certi livelli è semplicemente inadeguato (38 anni suonati e un ruolo di centrale che non è il suo); inoltre, l'assenza di Pato (ormai lungodegente) priva il gioco dei rossoneri di quella velocità e imprevedibilità che solo il Papero quando è in serata può dare. Con Beckham è di certo un Milan più equilibrato e votato al possesso palla, ma l'inglese non è un corridore e in serate come queste disporre di una variante importante capace di spaccare le difese è fondamentale.

Insomma, Milan non bocciato del tutto, semmai ridimensionato. Se le ultime goleade avevano dato l'illusoria percezione di essere qualitativamente vicini all'Inter, il derby di ieri ha ribadito la superiorità dei campioni d'Italia, che con l'innesto a costo zero di Pandev hanno infilato una freccia micidiale al proprio arco. Sei gol a zero nel doppio confronto costituiscono un importante attestato di superiorità, ma il Milan ha comunque il dovere di continuare a crederci fino a che la matematica rende possibile farlo.

Capitolo Rocchi: difficile anche solo esprimersi, su un arbitraggio così scadente, difficile anche capire cosa sia saltato in testa a Collina al momento della designazione, considerato che in questa gara si decideva una buonissima fetta di scudetto. L'arbitro toscano omette un giallo a Ronaldinho, ammonisce Lucio per una simulazione che non c'è, scatenando così l'applauso sarcastico di Sneijder che lo porta a tirar fuori il rosso (giusto da regolamento, ma un grande arbitro lì ammonisce), non concede un rigore per parte, ne inventa uno e non vede un paio di rossi qua e là: nel complesso, rovinata una partita che in parità numerica sarebbe potuta essere assolutamente spettacolare.

19 gennaio 2010

Inter-Milan, pronto il golpe!


Come un girone fa. Il Milan batte il Siena e propone un Ronaldinho in versione marziana, l'Inter per poco non si fa rifilare un brutto scherzo dal Bari: stessi risultati, stesse sensazioni, solo a campi invertiti.

Come un girone fa, il derby in arrivo vede un Milan dato in forma strepitosa e a caccia di rivincite, coi nerazzurri chiamati a imporre sul campo la superiorità costruita negli anni. Mandare a -5 i rivali di sempre (nonchè detentori del titolo) aveva lo stesso peso che oggi avrebbe ridurre il distacco a -3, che sarebbe un virtuale aggancio in considerazione della gara in meno dei rossoneri.

Tutti sappiamo poi com'è finita, un girone fa: il tanto annunciato derby spettacolare si è trasformato in un massacro, con l'emblematica scena di Leonardo che al 90' dice all'arbitro di non dare neanche un minuto di recupero. Altri tempi, altro Milan, altra storia.

Tra il derby d'andata e quello che tra cinque giorni andrà in scena, c'è stata tanta roba. Il solco scavato dai nerazzurri con le altre pretendenti lasciava pensare ad un altro campionato da sbadigli, avvincente solo per la lotta all'Europa e per la lotta salvezza: persa per strada la Juve, partita tardi la Roma, ad organizzare il golpe scudetto è rimasto solo il Milan, proprio quella squadra che più di altre aveva toccato il fondo per poi dar vita ad una vertiginosa risalita.

Sembra tutto pronto, per l'attentato al quinto scudetto nerazzurro. Leonardo e Galliani predicano calma e optano per il basso profilo, ma le armi sono pronte e affilatissime: gioco, spettacolo, gol a grappoli, allegria. Mourinho invece perde i pezzi, ha Eto'o in coppa d'Africa e un centrocampo da inventare: in condizioni del genere sbancò Genova con quella che forse è stata la migliore prestazione stagionale, ma la sua Inter adesso sembra in evidente difficoltà. E il megatrappolone-derby è lì, sempre più vicino.

Come un girone fa, come sempre quando si parla di derby, non ci sono favoriti ma paradossalmente a rischiare di più sono proprio i nerazzurri, primi in classifica ma troppo presto insigniti del titolo di campioni d'Italia. Il Milan si trova nell'invidiabile situazione in cui è chiaramente sfavorito da pronostici e valori tecnici (anche se ad analizzare bene la rosa di Leonardo, ha qualità da vendere), esattamente come quando soffiò all'ultima giornata lo scudetto alla Lazio di Eriksson, mentre i cugini da perdere hanno tutto, e anche di più. Un eventuale scivolone potrebbe avere contraccolpi importanti sulla stagione dei nerazzurri, non solo in chiave scudetto, ma anche in chiave Champions League: preparare l'impegno col Chelsea con uno scudetto quasi in tasca, sarebbe ben diverso dall'affrontarlo con il fronte-campionato più che mai aperto.

Insomma, i nerazzurri rischiano grosso, anche in considerazione di due fatti puramente statistici (ma anche oggettivi):

- gennaio è stato anche un anno fa il mese peggiore per Zanetti e compagni, che naufragarono pesantemente a Bergamo e scialacquarono punti in casa con Cagliari e Torino. E questa volta, al calo dell'Inter si contrappone la squadra più in forma del momento;

- il Milan ha vinto ha Torino, e mi sembra quasi inutile sottolineare cosa generalmente ha significato nel recente passato rossonero sbancare il campo della Juventus.

Forse la situazione che si è venuta a creare è in qualche modo simile a quella che due anni fa portò l'allora squadra di Mancini a giocarsi tutto a Parma: una convergenza di eventi che portò una squadra che sembrava indistruttibile a rischiare di ritrovarsi alla fine dei successivi 90' con in mano un pugno di mosche.

Anche quel giorno era tutto pronto per rovesciare il regime, con la vittoria come unica soluzione per spegnere i focolai di rivolta: mancano ancora cinque giorni, ma chissà se Mou inizia già a sentire "il rumore dei nemici"..

13 gennaio 2010

Milan, come è lontano il 29 agosto..

Partiamo da questo video:



Sentendo parlare Teocoli, sembra si stia discutendo di un'altra squadra, di un'altra serie A. E invece il video risale "solo" al 30 agosto 2009, dopo il derby d'andata che ha sancito forse il punto più basso della recente storia milanista, e in particolare della neonata gestione Leonardo.

Proprio altri tempi. Mentre il nuovo tecnico rossonero raccoglieva dissensi e faticava tremendamente per trovare la quadratura di un cerchio che di quadrare sembrava non volerne sapere affatto, l'altro "deb" Ferrara marciava alla grande alla guida di una Juve che invece sembrava pronta ad un'annata ricca di soddisfazioni. Teocoli afferma chiaro che secondo lui la leadership nerazzurra può essere messa in discussione solo dai bianconeri, che hanno comprato GRANDI GIOCATORI, mentre il suo Milan lo ha profondamente deluso e nel crescendo del suo sfogo invita Galliani e Braida ad andarsene, perchè ormai hanno fatto il loro tempo.

Nessuno ovviamente quel giorno poteva immaginare che dalle ceneri della squadra nata dopo l'addio di Kakà, Ancelotti e Maldini e fatta a pezzi dopo le prime uscite stagionali sarebbe potuto nascere qualcosa di positivo: troppe le variabili che rendevano il nuovo progetto Milan tutto fuorchè un progetto vincente. Il valore di Leonardo come tecnico, la probabilità di rivedere un Ronaldinho ad alti livelli, la tenuta fisica di Nesta, l'affidabilità di Thiago Silva, la scarsa reperibilità di esterni difensivi.

Leo se l'è vista brutta quando Bari, Livorno e Zurigo mortificavano il suo Milan e rendevano la sua posizione sempre più traballante, ma non si è dato mai per vinto e prova che ti riprova ha trovato, nella notte di Madrid, le prime risposte. Il 4-2-1-3 con cui il Milan si è presentato al Bernabeu sembrava perfetto per una disfatta, ma invece sappiamo tutti come è andata a finire: da lì, è partita la vera stagione del Milan, che ha toccato il suo apice nella vittoria di Torino, che probabilmente ha dato il colpo di grazia a Ferrara.

Leonardo aveva in mano del materiale da plasmare nel modo migliore possibile, cercando di trovare in casa quello che evidentemente la società non era intenzionata a fornirgli investendo sul mercato. E così ha fatto, ma per arrivare ad una formazione tipo quasi-definitiva è dovuto spesso andare per tentativi. In particolare, il problema degli esterni difensivi era quello più complicato da risolvere, vista la penuria di esterni d'attacco in rosa, e visto che l'ottimo Cissokho è stato prima preso e poi scaricato per problemi dentali che a quanto pare risiedono solo nella fervida immaginazione di coloro che hanno fatto sostenere al francese le visite mediche.

Accantonati Oddo e Jankulovski, disastrosi, e con Zambrotta a corrente alternata, la felice invenzione di Leo è stata riciclare un esterno destro di centrocampo con doti molto offensive come Abate in terzino di spinta, mentre dall'altro lato è stato rispolverato Antonini, tornato alla base dopo la gavetta in provincia. Con questa ventata di freschezza, adesso sulle corsie esterne c'è la spinta che il progetto del brasiliano richiede.

La variante introdotta a Torino del doppio mediano in mezzo al campo, con Pirlo a fare l'"1" del 4-2-1-3 davanti ad Ambrosini e Gattuso, può essere un importante correttivo ad un modulo che con il bresciano e Seedorf contemporaneamente in campo diventa obiettivamente un azzardo (i due non eccellono certo in quanto a dinamismo).

E mentre dietro  la coppia Nesta-Thiago Silva è sempre più una sicurezza, davanti Ronaldinho è tornato decisivo. Non è il giocatore ammirato a Barcellona, questo sia chiaro, ma è comunque tornato il fuoriclasse in grado di regalare numeri ed assist decisivi, e visto che dopo le prime settimane era stato già dato per finito è un bel passo avanti. La chiave del gioco offensivo rossonero è comunque Borriello: il lavoro del centravanti napoletano, fatto di fisicità e grande sacrificio oltre che di gol, è assolutamente fondamentale per il gioco del Milan, che in lui ha trovato il terminale offensivo ideale.

La domanda adesso è: questo Milan può davvero vincere lo scudetto? La cabala, dopo la vittoria di Torino, dice sì: le ultime due volte che il Milan ha battuto la Juventus a domicilio, ha poi vinto il tricolore.

A parte questo dato statistico, comunque, il Milan è certamente in gran forma ed ormai è rimasta l'unica rivale credibile dell'Inter nella lotta allo scudetto. La distanza di 8 punti, che potrebbe ridursi a 5 nel caso di vittoria dei rossoneri a Firenze nel recupero, non è incolmabile, ma come già ho detto nel post precedente sarà fondamentale vedere cosa succederà nelle prossime settimane: se il Milan confermerà lo stato attuale, e riuscirà soprattutto a rosicchiare altri punti pesanti ai cugini, allora questo campionato potrà davvero diventare avvincente.

Stamani sulla Gazzetta dello Sport nelle ultime pagine c'era la lettera di un lettore, tifoso milanista, secondo il quale "l'Inter ormai ha i giorni contati". Ricordo quella rubrica qualche mese fa, sommersa di lettere che avevano come argomento principale la critica a tutto ciò che è Milan: Galliani e Braida messi al rogo, Leonardo considerato inadatto e quindi da cacciare, e tante, tante lacrime per Kakà. L'esatto opposto di quello che è successo alla Juventus.

Oggi, di Kakà non parla quasi più nessuno, tutti sono con Leonardo e a quanto pare c'è chi vede già come cosa fatta il sorpasso in vetta alla classifica. Potenza del calcio, dove la memoria è labile e conta solo il presente, nel bene e nel male.

E poco importa se quello che ha detto il tifoso rossonero nella lettera sia o no esagerato: quel tifoso oggi sogna, mentre qualche mese fa probabilmente aveva anche perso la capacità di sognare. Come è lontano quel 29 agosto..

10 gennaio 2010

Pazza Inter? No, pazzo Siena!


E' ufficiale, il Siena per l'Inter è diventato un cliente indigesto. In una serata che per la capolista si prospettava tranquilla e dai rischi praticamente ridotti a zero, c'è voluto un mezzo miracolo per salvare l'imbattibilità interna di Mourinho e per proseguire la marcia verso lo scudetto.

Il calcio come sempre sfugge ad ogni logica, e così avviene che nel più classico dei testacoda sia la prima in classifica (nonchè miglior attacco della serie A) a vacillare pesantemente, messa sotto sul piano del gioco dal fanalino di coda Siena (nonchè peggior difesa del campionato), che solo tre giorni prima aveva preso cinque pere in casa nel derby contro la Fiorentina.

Ma il Siena, dicevamo, all'Inter è recentemente indigesto. I nerazzurri coi toscani non hanno mai perso, intendiamoci, ma non hanno mai avuto vita facile. Il primo scudetto di Mancini, vinto proprio a Siena, non fa testo tanti erano i punti di vantaggio sulla Roma, mentre tutti ricorderanno il pari interno firmato da Kharja che due anni fa per poco non faceva andare a Moratti di traverso il tricolore, poi arrivato nel diluvio di Parma.

Tante le polemiche per la vittoria di fine 2008, firmata da un gol in fuorigioco di Maicon, tanto l'amaro in bocca per Malesani dopo la sconfitta incredibile maturata ieri sera. L'attacco pesante del tecnico veronese all'arbitraggio lascia comunque il tempo che trova: il suo Siena meritava di uscire da San Siro con almeno un punto, ma Peruzzo non c'entra molto.

La punizione trasformata abilmente da uno Sneijder monumentale è un capolavoro balistico, e chiedersi se la punizione ci fosse o meno lascia il tempo che trova. Come prendersela per un calcio d'angolo inesistente da cui nasce un gol, o per i più audaci per una rimessa laterale invertita.

L'Inter ieri ha vinto semplicemente perchè, nel caos generale creato per l'assalto finale, è riuscita a imbroccare le due giocate decisive, senza mai mollare anche quando tutto sembrava ormai definitivamente perso. Il 4-1-5 finale di Mourinho è una follia tattica, ma alla fine il gol di Samuel ha reso il tecnico portoghese da folle un mezzo stratega. La fortuna rientra nelle variabili del gioco, e a quanto pare all'uomo di Setubal non fa difetto.

Guardando comunque al di là del risultato, resta la prestazione assolutamente insufficiente dei nerazzurri, incapaci di far gioco ed in preda a numerose amnesie difensive che sarebbero potute costare carissime.

Senza Cambiasso, Chivu, Eto'o, Balotelli, con Thiago Motta sempre più deludente, Maicon involuto e con Stankovic infortunato a metà gara, l'Inter si è trovata priva di punti di riferimento, e un Siena mai domo è arrivato davvero ad un passo dal colpaccio della vita. Un Maccarone da antologia (anche lui quando vede nerazzurro si infervora), l'interessante Ekdal (di proprietà della Juve) e il redivivo Reginaldo hanno messo a ferro e fuoco la retroguardia della capolista, priva del filtro dei centrocampisti e che dal lato di Quaresma (tornato inguardabile) lascia autostrade impressionanti.

Primo gol: Maccarone si fa in beata solitudine 30 metri di campo, poi lascia partire un missile su cui Julio Cesar è incolpevole. Secondo gol: Ekdal raccoglie un cross, tutto solo in mezzo all'area, e segnare lì è un gioco da ragazzi. Terzo gol: idem come sopra, Maccarone a rimorchio segna tutto solo sul cross. Insomma, una galleria degli orrori, mascherata dal rimontone finale che rievoca l'appellativo di "pazza Inter", anche se di davvero pazzo c'è stato soprattutto il Siena.

E' opinione comune che se i nerazzurri vincono gare così, allora per lo scudetto non c'è proprio nulla da fare. Io personalmente mi stacco da questo coro, perchè oltre alla banale considerazione sul numero di partite da giocare (19, cioè tantissime) c'è da considerare che se il Milan riuscirà a sbancare Torino e Firenze sarà comunque sempre a cinque punti, con lo scontro diretto in programma tra due settimane.

Ecco, diciamo che il derby potrà essere lo spartiacque del campionato, a prescindere da come andranno i prossimi impegni di Milan e Juventus: se il distacco dovesse rimanere importante, magari a due cifre, allora forse il campionato sarebbe davvero in agonia.

Chiudo con un appunto sul Milan, squadra che sta riscuotendo sempre più consensi per il bel gioco espresso e per la capacità di produrre calcio secondo una filosofia tutta nuova portata da Leonardo. Dire che il Milan è più squadra dell'Inter, che merita lo scudetto più dell'Inter (cosa che ho letto qua e là) è per il momento una cosa che lascia davvero il tempo che trova: non dimentichiamoci che prima di passeggiare sul folle Genoa colabrodo visto a San Siro, i rossoneri presero una sonora lezione dal Palermo e vinto anch'essi partite piuttosto fortunose (vedi Catania). Così come non vanno dimenticate le prestazioni dell'Inter contro il Palermo, il Genoa, la Fiorentina e soprattutto il derby d'andata: ok, era un'altro Milan, ma la differenza imbarazzante vista quella sera dovrebbe essere un punto di partenza per qualsiasi valutazione.

09 gennaio 2010

Panchine roventi, è quasi record!


Siamo quasi al giro di boa di questo campionato, diciotto giornate sono già state giocate e quella che completerà il girone d'andata si giocherà a partire da domani pomeriggio. Tempo per confutare o confermare pensieri e opinioni ce n'è, ma per adesso può essere interessante puntare il dito su un aspetto abbastanza importante di questo primo scorcio di stagione: l'instabilità delle panchine.

Intendiamoci, quelle dove siedono abitualmente i vari Quaresma, Del Piero, Gattuso e compagnia bella non hanno nessun problema, ci stanno comodissimi e visti i risultati ottenuti quando si sono alzati non c'è ragione per la quale non debbano continuare a starci seduti per ancora diverso tempo.

A traballare e risentire del surriscaldamento globale più del dovuto sono invece le panchine dei tecnici, mai come quest'anno alle prese con presidenti dall'esonero facile e tifoserie costantemente sul piede di guerra. Diciotto giornate, già dieci cambi di guida tecnica: un'enormità, e considerando che il numero potrà solo aumentare il rischio di battere il record fissato nel '52 (12 panchine saltate e 15 cambi complessivi di guida tecnica) è alto. In attesa di battere questo invidiabile record siamo comunque primi in Europa in quanto ad esoneri effettuati, mica male.

L'esonero di un allenatore (o comunque la separazione, che può avvenire anche con le dimissioni del tecnico) non sempre è la panacea di tutti i mali della squadra, o almeno così si dice. La verità è che non c'è un copione
ben preciso, perchè ogni situazione è a sè stante e le problematiche possono essere differenti.

Prendiamo Roma e Napoli: apatiche e in piena crisi di identità sotto la guida di Spalletti e Donadoni, vispe e di nuovo competitive con Ranieri e Mazzarri. Questi ultimi di certo non possiedono la bacchetta magica, ma hanno avuto il grosso merito di rivitalizzare due ambienti che avevano bisogno di una scossa importante. Risultato: il Napoli è quarto, la Roma lo sarebbe se non si fosse suicidata a Cagliari.

Il ciclo di Spalletti a Roma era già terminato la scorsa stagione, quello di Donadoni a Napoli non è probabilmente mai iniziato: le due società hanno commesso l'errore di continuare con loro, e i ribaltoni susseguenti, a quel punto necessari, non hanno fatto altro che sottolineare questo errore. Un pò come quando Moratti, anni fa, tenne controvoglia Simoni che gli aveva regalato l'Uefa, salvo poi esonerarlo dopo qualche mese (con tutto ciò che questo comportò nella stagione dell'Inter): la differenza è che qui se non altro c'è un progetto coi nuovi tecnici, mentre in quel caso la panchina fu affidata a Lucescu, il che è tutto dire.

Anche a Livorno la medicina Cosmi ha portato finora effetti che fanno ben sperare. Il tecnico umbro, chiamato per sostituire Ruotolo, ha portato la squadra dall'ultimo posto al quart'ultimo, ed oggi i toscani sarebbero salvi. Anche qui, nonostante Cosmi sia stato definito da Mourinho "Mago Merlino", è forte la sensazione che il progetto precedente non avesse basi molto solide.

A Udine i conti di Pozzo "non tornano", e così il patron friulano per farli tornare caccia Marino e prende De Biasi (che si è preso subito due sberle a Bari). Già un anno fa la separazione era sembrata vicinissima, dopo lo sfolgorante inizio dei bianconeri seguito dai due mesi senza vittorie, poi tutto rientrò e la squadra si riprese. Forse qualcosa nei rapporti col tecnico si era rotta negli ultimi tempi, certo è che un'avvicendamento del genere lascia parecchio perplessi.

Bologna, Catania, Atalanta e Siena, ultime quattro della classifica, hanno tutte cambiato allenatore (i nerazzurri sono già al terzo cambio, dopo le dimissioni di Conte), ma finora a parte la bella risalita della squadra di Mihajlovic (che già l'anno scorso partì bene a Bologna) si fatica a trovare dei veri benefici apportati dal cambio di guida tecnica.

Insomma, sulle panchine è un vero delirio. E intanto già si guarda alle prossime possibili vittime di quello che sembra sempre più un reality show: Ferrara per ora si è salvato vincendo a Parma, ma la sua posizione rimane ancora critica, mentre Ballardini non può ancora dirsi fuori dall'occhio del ciclone dopo il periodo nero della sua Lazio. E poi chissà, c'è sempre uno Zamparini pronto a far saltare il suo allenatore del momento: Rossi sta facendo bene a Palermo, ma stia attento, potrebbe bastare veramente poco a fare la stessa fine del povero Zenga.

13 dicembre 2009

Debacle Juve, ma Ferrara resta. Perchè?

La pesante sconfitta di Bari cancella definitivamente le ultime scorie della vittoria bianconera sull'Inter di sabato scorso, e riapre anche in campionato lo stato di crisi. Dopo l'eliminazione dalla Champions League, la Juventus non riesce a rialzare la testa neanche in campionato, e sul campo del divertente undici di Ventura arriva un crollo che sa di resa incondizionata. Se oggi Inter e Milan fanno bottino pieno, anche lo scudetto diventerà poco più di un miraggio.

Ferrara, timoniere di una squadra sempre più alla deriva, tuttavia gode ancora (almeno a parole) della piena fiducia dei vertici bianconeri, intenzionati a portare avanti il progetto intrapreso con l'ex difensore napoletano. Ci si chiede, a questo punto, il perchè.

Le condizioni per un cambio della guardia ci sarebbero tutte. Ferrara nelle ultime, decisive settimane, ha dato dimostrazione di avere le idee tutt'altro che chiare sia sul modulo tattico, sia sui relativi interpreti: i continui cambiamenti hanno portato nella testa dei giocatori tanta, tanta confusione, e lo stato di allarme rosso si sintetizza nelle parole di Diego, che dopo il ko di Bordeaux si era lasciato andare, a caldo, ad un pesante "Non capiamo Ferrara". Più eloquente di così, si muore.

Ferrara ha cambiato troppo, e spesso in modo scriteriato, fornendo così ad un gruppo già di per sè nuovo pochi punti di riferimento. Il progetto partiva con il rombo, poi messo da parte per un fantasioso 4-2-3-1, passando occasionalmente per 4-4-2 e 4-3-3: il risultato è che la coperta di Linus è risultata sempre troppo corta, e ogni teorico correttivo si è ritorto come un boomerang sul giovane tecnico, che si è ritrovato per le mani una squadra in piena crisi di identità.

Tra i giocatori si è probabilmente andato a creare un clima di scarsa fiducia nei confronti dell'allenatore, e questo si traduce con prestazioni prive di grinta e capacità di reazione, oltre alle evidenti carenze di gioco dimostrate finora. La prestazione tutto cuore (e poco altro) contro l'Inter rappresenta una piccola eccezione, in una gara che per tradizione si "prepara da sola" e fornisce ai calciatori motivazioni importanti senza bisogno di iniezioni di fiducia esterne. La squadra sembra non remare più nella stessa direzione del tecnico, e questa è una ragione che da sola basterebbe a giustificarne un avvicendamento sulla panchina.

Preoccupante, inoltre, la dichiarazione di una Ferrara sempre più allo sbando a fine gara: "Il ko è inspiegabile, ai miei giocatori non ho nulla da rimproverare: la palla non voleva entrare". La verità è che, rigore fallito da Diego a parte, di ragioni per la sconfitta dei bianconeri ce ne sono a bizzeffe, e mascherare una prestazione sconclusionata come quella di ieri sera come una serata sfortunata è chiaro segnale di un Ferrara che ormai ha perso il bandolo della matassa.

Attenzione però, questo non vuole essere un processo rivolto unicamente al tecnico, che ha tante colpe ma che condivide il probabile fallimento del progetto con una dirigenza assolutamente inadeguata. Cacciare un tecnico esperto come Ranieri in quel modo poco elegante, ritenendolo un tecnico non da grandi traguardi, e affidare poi la panchina ad un allenatore senza esperienza, è stata una scelta quantomeno discutibile. E il paragone tra i due oggi è più che mai impietoso: il romano, che non disponeva certo della rosa di Ferrara, a dicembre era in piena corsa per il titolo, e la sua Juve nonostante i mille infortuni aveva superato il turno di Champions League, vincendo alla grande il girone con il Real Madrid. Alla lunga poi la squadra è andata spegnendosi, non disponendo di mezzi adeguati per competere ai massimi livelli, ma finchè ha potuto, ha lottato.

Qui invece si parla di una Juventus che ha perso quattro delle ultime cinque partite (incassando 12 gol e segnandone la miseria di 4), che è già fuori dalla Champions e che in campionato rischia di lasciarsi scappare il treno formato dalle due milanesi, e che è in piena involuzione tecnico-tattica. La sopravvalutata campagna acquisti di agosto ha fornito false speranze ai supporters, che adesso si ritrovano con un Cannavaro impresentabile e ormai ridotto ad ex-giocatore (lo dico da mesi), un Melo strapagato ma che finora si è rivelato un flop, e un Diego che continuo a ritenere un campione, ma che non riesce a trovare la giusta collocazione nel marasma bianconero. Intanto, Firenze ringrazia per C. Zanetti e Marchionni, arrivati come scarti e ora perni della Fiorentina di Prandelli, e Sissoko è pronto a fare le valigie per Monaco di Baviera, irritato per come è stato finora curato dai medici bianconeri.

Raramente l'esonero è la medicina giusta per rimettere in piedi la baracca, ma in questo caso specifico credo che possa essere l'unica soluzione per non andare alla deriva o quantomeno per tamponare la falla. Fuggito nella fredda Russia Spalletti, tanti indizi convergono al nome più clamoroso, quello di Roberto Mancini, come eventuale successore di Ferrara in caso di ribaltone.

Ma tanto Ferrara resta fino a fine stagione, lo ha detto Blanc. Non lo aveva detto anche di Ranieri?

07 dicembre 2009

Campionato davvero riaperto?



La quindicesima giornata di serie A ha decretato che il campionato, dato troppo presto per morto e sepolto, è più che mai vivo e pronto a riservare sorprese di ogni genere.

La vittoria della Juventus sull'Inter, che ha fatto seguito allo show rossonero di sabato pomeriggio contro una Sampdoria allo sbando, ha riportato il vantaggio della squadra di Mourinho sulle rivali storiche a livelli non più di fuga solitaria, ma di semplice, saldo (almeno finora) primato.

Intendiamoci, i nerazzurri sono sempre i favoriti per la vittoria finale, ma la sensazione è che la competizione possa essere molto più aperta di quanto non lo sia stata negli ultimi anni. Il segnale lanciato dalla Juventus a Torino è importante, ma non conclusivo, e lascia spazio a varie interpretazioni, che provo a sintetizzare.


In primis, dalla gara del Delle Alpi è emersa l'incapacità cronica della capolista di sfoderare prestazioni importanti nelle gare secche contro le (più o meno) pari grado. Fatto salvo il derby contro il Milan, finito con un roboante 4-0 (ma contro una squadra alla deriva), i nerazzurri hanno steccato nelle due gare col Barcellona in Champions League (non inganni lo 0-0 dell'andata, la palla l'hanno vista poco), e per l'appunto sabato, nella sfida contro i rivali di sempre. Alla squadra di Mourinho sembra far difetto la personalità, che costituisce un alleato fondamentale nelle gare importanti, nelle quali solo la tecnica non basta. E finora, anche contro l'allora lanciatissima Samp di Delneri e in casa contro una Roma decimata, emersero gli stessi problemi: quando c'è da dare un segnale forte alla concorrenza, l'Inter stecca. E questo ovviamente alimenta nelle inseguitrici convinzione e fiducia.


In seconda battuta c'è da dire che la vittoria della Juventus, per come è maturata, non può spostare in modo sensibile il giudizio globale sulla squadra di Ferrara. In una notte nella quale si giocavano tutto, dopo due sconfitte pesanti, i bianconeri hanno reagito sì con carattere e grinta, ma in una gara nella quale le motivazioni da sempre vengono da sole. La differenza l'ha fatta la magia di Marchisio, e la maggior fame, ma lo spettacolo offerto non è stato certamente dei migliori: insomma, il gioco continua a latitare, la difesa a non convincere, e Diego non è ancora l'uomo che prende per mano le redini del gioco. Il brasiliano però è sembrato in ripresa, a differenza dell'altro brasiliano, Felipe Melo, che ancora non ha dimostrato di valere la metà dei soldi spesi per lui in estate.


Il Milan, intanto, continua a vincere, segnare, divertire. Dopo aver toccato il fondo, la squadra di Leonardo è risalita alla grande, e i tanti esperimenti del tecnico rossonero sembrano aver trovato l'equazione perfetta: 4-2-1-3. Ronaldinho si esalta e sparge assist, Pato è in crescita esponenziale, mentre Borriello sembra essere il centravanti adatto per il sistema di gioco disegnato da Leo. Dietro i tre, Seedorf sembra divertirsi a fare da ispiratore centrale, con buona pace di Ambrosini e Nesta, chiamati agli straordinari per tappare le falle che uno schema così offensivo apre inevitabilmente. I rossoneri hanno stravolto gli scenari di inizio stagione, dove oltre al non gioco c'era anche un discreto feeling coi legni: adesso, anche la componente "bendata" sembra dare una mano alla serie positiva milanista, e questo certamente non guasta, anzi è necessario per ambire a grandi traguardi.

La domanda che però ci si pone è se questo Milan alla lunga potrà davvero essere una pretendente seria al titolo, per due ragioni. La prima è che il gioco dei rossoneri è tanto spettacolare quanto dispendioso, e sarà da vedere se questa squadra, con questi interpreti, sarà in grado di mantenere ritmi così alti anche in febbraio. La seconda, che si riconduce a quanto detto in precedenza, è legata alla non intercambiabilità nei ruoli chiave dello schema di Leonardo: Pato-Dinho-Seedorf non hanno sostituti, e l'assenza di uno solo di loro porta ad un cambiamento sostanziale dell'11 titolare. Per adesso il problema non si è posto, ma la stagione è lunga ed un turn-over sarà obbligatorio.

Oltretutto, il calendario dei rossoneri (attualmente a -4), si complica proprio nelle giornate finali. Giocare le ultime gare del girone d'andata (e del campionato) contro Fiorentina, Genoa e Juventus rappresenta un'ulteriore insidia.

La sconfitta di Torino ha certamente dato a Mourinho elementi di riflessione, ma la sua squadra rimane comunque la favorita per imporsi alla 38° giornata. La maggiore esperienza, una rosa superiore e la capacità di far quasi sempre risultato con le piccole costituiscono un tesoretto che il tecnico lusitano deve dimostrare di sapere amministrare. Da non sottovalutare comunque il fattore Champions, che avrà come sempre una valenza importantissima: qualsiasi esito a partire già dalla prossima e decisiva due giorni europea potrà incidere pesantemente sul cammino delle tre squadre verso il tricolore.