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28 maggio 2010

Mourinho-Inter, tutto in una clausola


Se ne sono dette e sentite tante sull'argomento principale degli ultimi giorni, ovvero il braccio di ferro Mourinho-Inter per il via libera del portoghese verso Madrid: nodo della questione, la clausola liberatoria "bilaterale" inserita nell'accordo ritoccato un anno fa, la quale permette ad entrambe le parti di sciogliere il contratto dietro pagamento di una sorta di penale. Il problema è che questa penale, la quale prima mi risultava ammontasse a 4 milioni, a quanto pare era in realtà molto più corposa: quattro volte tanto, sedici milioncini, budget superiore a quello con cui moltissime società farebbero un'intera campagna acquisti.

E' notizia di pochi minuti fa che la fumata bianca è arrivata: Mourinho è libero di andare al Real Madrid, Perez se ne torna alla casa blanca con la soddisfazione della "missione compiuta". I dettagli della vicenda ancora non sono noti, ma lo saranno presto.

Il discorso fin dall'inizio sarebbe dovuto essere molto lineare, "trasparente", come lo stesso Mourinho affermava quando parlava del nuovo accordo stipulato con la società che di lì a poco avrebbe portato a vincere tutto: se l'Inter avesse deciso di esonerare Mourinho dopo una stagione senza tituli o in seguito a clamorosi fallimenti europei, avrebbe pagato al portoghese una barca di soldi cash, e ognuno per la propria strada; se viceversa, come sta accadendo, fosse Mou a voler cambiare aria, mani ai portafogli (il suo e quello del suo nuovo datore di lavoro) e via libera verso altri lidi.

Peccato che a quanto pare il tecnico non avesse nessuna intenzione di pagare la liberatoria, affidandosi su una parola che a quanto pare il suo presidente gli avrebbe dato in caso di tripletta. Sulla parola di Moratti, non v'è certezza, sulla presenza della clausola incriminata invece i dubbi sono ben pochi.

Ecco qualche battuta dei tre protagonisti della vicenda (Moratti, Mourinho e Perez), che inquadra perfettamente il tipo di situazione che si era andata a creare. Considerato che solo 6 giorni fa la squadra festeggiava un trionfo atteso 45 anni, devo dire che oggi il clima attorno ai due non è proprio quello gioioso e festante che ci si poteva aspettare.

MORATTI - "Vogliamo chiudere bene questa vicenda. Non ho nessuna scadenza per trovare un allenatore. Poi magari ci rimane Mourinho e quindi di uno nuovo non ce n'è bisogno. È giusto sostenere una trattativa che si basa onestamente e lealmente su un accordo tra una persona e una società, quindi io rimango su quel piano. Niente di forzato, ci possono essere delle condizioni, però io credo non sia una posizione antipatica o di voluta durezza, ma solo il fatto che noi saremmo andati volentieri avanti con Mourinho e nessuno brontolava. Mourinho con noi è stato spettacoloso, gli siamo assolutamente molto riconoscenti ma questo non toglie che esiste un rapporto fra la società e Mourinho e come tale è diverso dalla stima nei suoi confronti"

Tradotto: Josè, pagare per vedere cammello. In questo caso il cammello è, manco a dirlo, il Madrid.

FLORENTINO PEREZ - “Non so quando arriverà Mourinho ma sono certo che sarà il nostro allenatore. Devono risolvere la questione legata ad un’interpretazione distinta di una clausola del contratto, e sono sicuro che lo faranno. E se non ci riusciranno tra di loro lo faranno con l’intervento di una terza persona. Io? Diciamo che io posso certamente aiutare. Pagando? Ho detto aiutare, non pagare. Un aiuto è un aiuto. Alla fine si tratta di un equivoco e sono sicuro che troveranno un’intesa. Poi presenteremo Mourinho, diciamo che si può ipotizzare la cosa per la prossima settimana. Del resto non c’è fretta. Ora i giocatori o sono in vacanza o sono al Mondiale, questo per il club è un momento di tranquillità”

Tradotto: Uno sconticino su Sneijder, qualche agevolazione su qualche trattativa e amici come prima.

MOURINHO - “Presidente, non paghi i 16 milioni. Non sono disposto a vederla sborsare questa quantità di denaro. Vorrei che la gente capisse che è finito un ciclo, che fosse chiaro che il mio desiderio è quello di andare al Madrid. Penso che se ne siano resi conto. Io sono già nella storia dell’Inter e l’Inter è nella mia storia: loro sanno come sono e sanno che anche se mi offrissero un nuovo contratto con un salario più alto non cambierei idea. Sanno che non vale la pena lottare per me. Io non voglio uscire male dall’Inter, tutto il contrario. Però ho anche la certezza assoluta che sarò l’allenatore del Real Madrid. Con le buone o con le cattive”

Qui non c'è bisogno di tradurre, sembra fin troppo chiaro. Il punto è: se la stagione fosse di Mourinho fosse finita diversamente, e la società avesse deciso di cambiare guida tecnica, il portoghese avrebbe rifiutato i soldi della buonuscita sulla base di discorsi di tipo morale? Non credo proprio, ma è il solito discorso che si vede con i calciatori: contratti firmati a X euro, poi se la stagione va male rimane tutto com'è, e se va bene si batte cassa minacciando di andar via nel caso in cui non avvengano gli adeguamenti richiesti.

Tra uomini che si sono stimati e che hanno raggiunto insieme grandi risultati, sarebbe importante finirla bene e non metterla solo ed esclusivamente sul piano contrattuale, cercando di mediare e di trovare un accordo che faccia chiudere la questione in modo sereno e ottimale per ambo le parti, ma per come stanno evolvendo le cose non sembra che sia questa la strada intrapresa. E il precedente riguardante l'addio a Mancini ricorda per certi versi quello che sta diventando l'addio a Mourinho, e cioè un finale non all'altezza dell'intera storia.

Intanto, il dato inconfutabile è che il posto sulla panchina nerazzurra è vacante, ed inevitabilmente da riempire. I nomi che si sono alternati in questa settimana sono stati molteplici: Mihajlovic, Capello, Hiddink, Benitez, per un periodo persino Leonardo e Guardiola. Il serbo, inizialmente dato in pole position, a quanto pare si è accasato alla Fiorentina, ed oggi il favorito sembrerebbe Capello, anche se la strada per la nomina del successore del portoghese sembra ancora molto, molto lunga, e non sono esclusi clamorosi colpi di scena.

30 marzo 2010

Facebook, il canale dell'anti-interismo

Nel mondo ormai spopolano da tempo i social network, vera rivoluzione del web degli ultimi anni e potentissimo veicolo di informazione delle tipologie più svariate: politica, sport, tecnologia, news di ogni genere dal mondo della rete passano giornalmente attraverso questi canali dall'utilizzo semplice, amichevole, alla portata di tutti.

Chiaramente, Facebook e affini sono anche mezzi di potente cazzeggio, oltre che di informazione, ci mancherebbe altro. Stati d'animo, link con frasi d'amore, barzellette, eventi, insomma oggi i social network offrono uno spaccato importante della vita di tutti i giorni di ciascuno di noi, ed esserci connessi significa inevitabilmente rendere pubblico il proprio pensiero, le proprie passioni, i propri vizi e le proprie virtù.

Proiettando i contenuti di questa premessa (che ritenevo doverosa) sulla situazione calcistica attuale del nostro Paese, va da sè che anche in questa direzione è possibile trarre delle importanti indicazioni sulla corrente di pensiero attuale, certo del fatto che un "campione" di 400 persone costituisce una ottima base per generalizzare concetti di risonanza ben più ampia.

Arrivo al punto centrale dell'articolo: il clima di anti-interismo a cui si sta assistendo è un fenomeno ormai totalmente fuori controllo, ai limiti del tossico, ed una cosa del genere onestamente in 26 anni non l'avevo mai vista in queste proporzioni.

Attenzione, non parlo di quello che succede sul campo, non credo nè ai complotti nè ai presunti misfatti contro la squadra di Mourinho, che se fosse stata meno nervosa probabilmente avrebbe 8 punti sulla seconda e si gusterebbe il finale di stagione in panciolle anzichè guardarsi le spalle dalla Roma di Ranieri e dal Milan dell'amore e dalla classifica gonfiata manco fosse un pollo d'allevamento. Quello che stanno facendo i nerazzurri è un mezzo suicidio sportivo, e quello che faranno in questo campionato dipenderà solo ed esclusivamente dalle loro forze e dalle loro debolezze, su questo credo non ci piova.

Il clima di cui parlo è quello che si respira tra la gente che segue questo sport, quella che appunto riflette sui social network i suoi stati d'animo, le sue sensazioni, le sue gioie e i suoi nervosismi. La dinamica, da tempo, è ormai la solita: quando i nerazzurri cadono, arrancano, perdono terreno, si scatena un putiferio virtuale a suon di esclamazioni, commenti, pubblicazione di link pronti probabilmente da giorni, e righe e righe di insulti qua e là.

Faccio qualche esempio:
  •  4 novembre 2009, prima di Dinamo Kiev-Inter (gara decisiva per il passaggio agli ottavi): il popolo italiano organizza un EVENTO chiamato "a casa mia questa sera si tifa Dinamo Kiev", con tanto di orari, propositi in caso di riuscita dell'evento e via discorrendo;
  • 24 febbraio 2009, durante Inter-Chelsea 2-1: in tempo reale, dichiarazioni di stizza per i gol dell'Inter, esultanze smisurate dopo il pari del Chelsea, processi all'arbitraggio che ha negato il rigore (giusto, per carità) su Kalou;
  • 12 marzo 2009, dopo Catania-Inter finita 3-1: pioggia torrenziale di link sul cucchiaio di Mascara, Kinder Maxi Lopez, e tanta altra roba;
  • 16 marzo 2009, prima di Chelsea-Inter: altro evento, stavolta dal nome "la grande gufata nerazzurra", con più di 600 iscritti al momento in cui ho dato un'occhiata.
  • 27 marzo 2009, dopo Roma-Inter che ha riaperto il campionato: in tempo reale, alcuni amici commentavano una direzione di gara a dir loro totalmente di stampo nerazzurro, esultando ai gol giallorossi. Al fischio finale di Morganti, contare il numero di link e frasi di scherno pubblicati nei minuti immediatamente successivi rappresentava un esercizio matematico ostico persino per un laureato in questa disciplina. Un amico, tra i più accaniti, mi ha persino detto che il suo dirimpettaio a fine gara sì è anche lanciato in strombazzamenti da stadio.
Siamo davvero al paradosso. Juventini che tifano Milan, concittadini messinesi che si esaltano per le imprese di Catania e Palermo (rivali storiche e storicamente odiatissime), il tutto finalizzato ad un unico, grande obiettivo: la sconfitta della squadra del grande nemico Mourinho.

Come mi sforzo il più possibile di fare, partendo dai fatti ho provato a costruire una mia teoria sulle ragioni di questo clima di ostilità quasi irreale, cercando di dare le mie motivazioni.

Innanzitutto, quello che sconcerta sono le proporzioni di questa campagna di anti-interismo, non certo la campagna stessa. Da che sport è sport, almeno in Italia, la squadra più vincente è al tempo stesso la meno popolare, come è stato per la Juve di Lippi e Capello, il Milan di Sacchi e ancora Capello, e andando a ritroso nel tempo la lista potrebbe continuare. Il punto è che a certi livelli non si è mai arrivati, almeno nella mia memoria recente di ragazzo poco più che venticinquenne.

Di certo per una frangia importante del tifo juventino che sta seguendo l'evoluzione del processo di Napoli, l'Inter è la squadra che ha causato l'attuale disastro bianconero, demolendo il vecchio quadro dirigenziale e portando la Signora in un inferno dal quale non è ancora uscita, e pertanto la demonizzazione della società nerazzurra è se non altro comprensibile. Non tutti però seguono gli stessi canali di informazione, scommetto che una fetta altrettanto consistente del tifo bianconero non ha la più pallida idea degli ultimi sviluppi, e quindi le ragioni per giustificare la totalità di questo "odio" sono da ricercare anche altrove.

Mourinho, tanto per fare un esempio. Se Mancini era uno che non le mandava a dire e si inimicava facilmente stampa e avversari, il portoghese sotto questo punto di vista è la versione potenziata del tecnico jesino. L'uomo di Setubal è il Dr. House del nostro calcio: uno che non ha freni, e fonda le basi per potersi permettere le sue clamorose uscite sulla sua straordinaria capacità di essere una macchina da risultati. Ha ragione? Ha torto? Non importa, per quelli che lui stesso chiamò "nemici" è ormai il nemico giurato, il bersaglio da colpire, il guerrafondaio di cui liberarsi il prima possibile. E quale modo migliore per liberarsi di lui, se non una stagione a "zeru tituli"?

In ultima analisi, c'è un discorso di stampo quasi psicologico, che riguarda la figura dell'Inter del pre-Calciopoli. Il quasi ventennio di insuccessi (eccetto qualche coppa Uefa) aveva trasformato la società nerazzurra in un'entità fantozziana, facendola diventare facile preda di barzellette, sfottò, slogan ironici e cori di scherno ("non vincete mai, non vincete mai"). Dopo il terremoto del 2006, la situazione si è andata ribaltando, e questo è stato un duro colpo per l'immaginario collettivo, assuefatto ormai a certe dinamiche "comportamentali". Anche questo aspetto, per quanto possa sembrare banale, nel quadro generale ha secondo me il suo discreto peso.

Cosa succederà adesso? L'Italia non nerazzurra attende sorniona, nasceranno nuovi eventi, si tiferà oggi Roma e domani Milan, e si seguirà il finale di stagione come un candidato che segue gli exit-poll durante le elezioni, aspettando al varco nuovi crolli nerazzurri.

L'aria che tira, piaccia o no, è questa, e probabilmente se ad un tifoso interista avessero offerto qualche anno fa la possibilità di vivere annate di questo tipo, coi pro e i contro del caso, avrebbe accettato senza la benchè minima riserva. A caval Donato, non si guarda in bocca..

17 marzo 2010

Inter avanti, Mourinho batte Ancelotti: la risposta italiana alla Premier

Foto Gazzetta.it
Ci voleva un'impresa, e impresa è stata. L'Inter espugna uno degli stadi storicamente più ostici d'Europa, e lo fa al termine di una prestazione propositiva, coraggiosa, tutt'altro che votata alla difesa dello striminzito 2-1 dell'andata.

Il gol di Eto'o (che non segnava da due mesi) arriva al momento giusto, dopo che la squadra di Mourinho aveva divorato nel secondo tempo almeno 3 palle gol pulite. La rete del camerunense, a 12' dalla fine, ha stroncato ogni speranza dei londinesi di ribaltare lo svantaggio accumulato, e regala ai nerazzurri una qualificazione fondamentale per il cammino europeo, e forse, per l'intera stagione.

L'Inter, reduce dalla poco entusiasmante serie negativa in campionato che ha permesso al Milan In Love di risalire (con amore) a -1, era al cosiddetto bivio cruciale: o la va, o la spacca, e l'effetto domino conseguente ad una eventuale eliminazione era una possibilità tra le più ventilate, altro che effetti benefici per il campionato.

Le critiche piovute su Mou per l'esclusione di Balotelli, il timore di una eliminazione che era comunque da ritenere una possibilità tutt'altro che remota, e la stanchezza dimostrata dalla squadra rendevano l'impegno ancora più carico di pressione, mentre dall'altro lato il Chelsea sembrava aver ritrovato smalto, gol e pedine importanti.

Oggi nessuno parla più di Balotelli e dell'importanza della sua esclusione, dopo che per 12 ore sembrava che fosse un caso di Stato ben più importante dell'impegno che stava per prendere il via a Stamford Bridge, ed una buona fetta dell'Italia giornalara (passatemi il termine) aspettava famelica il crollo per dare il via alla crocifissione di Mourinho e alla sfilza di se e ma che riempiono le pagine dei quotidiani, pur non aggiungendo nulla in termini costruttivi.

Ha vinto il portoghese, con la forza delle sue scelte e con una squadra che lo segue senza battere ciglio. Dall'undici iniziale, ai cambi, l'uomo di Setubal stavolta ha vinto su tutta la linea, e dal duello incrociato con Ancelotti è uscito trionfante come forse quasi nessuno si aspettava.

Già, Ancelotti. Il suo Chelsea, per quanto forte, non mi ha mai convinto, e vado dicendolo da mesi. Così come più volte ho affermato di ritenere il tecnico ex-Milan un sopravvalutato come pochi, scontrandomi anche lì con diversa gente che lo ritiene una sorta di mago della panchina.

L'Harry-Potter di Reggiolo in effetti la magia la sta facendo, e che magia. Tralasciando il fatto che non azzecca un cambio neanche per sbaglio, ha trasformato quel Chelsea che faceva del furore agonistico e delle verticalizzazioni improvvise e letali un must in una squadra lenta, macchinosa e prevedibile, complice anche il calo fisiologico di diversi uomini che non sono più dei rampanti ragazzini come Lampard e Ballack. Risultato, questo Chelsea rimane una gran squadra, ma sta perdendo pian piano i connotati che l'avevano portato più volte a sfiorare la coppa dalle grandi orecchie.

E di questo, come non dare i giusti meriti all'artefice del miracolo di La Coruna, Istanbul, del "Zola ed Henry dove li metto? Quasi quasi li mando a Londra, 'sti due" e del "preferisco la Coppa, anche perchè lottare per lo scudetto non rientra nelle mie priorità"?

Questo senza sminuire la comunque grande prestazione della squadra nerazzurra, che ha saputo soffrire senza correre troppi rischi, restare in partita senza farsi travolgere da un avversario di livello mondiale, e fare la voce grossa quando è stato il momento di capitalizzare la grande mole di gioco prodotta nel secondo tempo. La via è segnata, è questa la squadra che può dire la sua contro le grandi d'Europa, non certo quella ridicolizzata al Camp Nou o annaspante in un girone alla sua portata.

L'Inter, e con lei il calcio italiano, è ancora dentro al grande salone europeo assieme a Manchester, Arsenal, Bayern, CSKA Mosca e Lione, in attesa del Barcellona impegnato stasera con lo Stoccarda.

Sarebbe illusorio pensare adesso che il cammino sia in discesa. La storia di questa competizione insegna che non si campa di rendita e di risultati pregressi, ma conto solo lo spietato e univoco verdetto del campo. Battere il Chelsea, dato per favorito assieme al Barcellona per la vittoria finale, non rendere automaticamente semplice un eventuale quarto di finale con un CSKA o un Lione, e questo l'Inter già capace di essere eliminata dal Villarreal dovrebbe ricordarselo bene.

Certo, sarebbe gustoso in termini di ranking anche un terzo, nuovo scontro col Bayern, augurandosi magari che stavolta l'esito possa essere ben diverso. Di strada da fare ce n'è, ma visti i presupposti della vigilia, è un bene già il fatto che ce ne sia. Fiorentina che elimina il Liverpool, Inter che fa fuori il Chelsea: la spallata al calcio inglese, per quanto ancora minima, c'è stata, ed augurandosi che la Juventus faccia il suo dovere col Fulham, è una discreta base di partenza.

21 febbraio 2010

Inter, just relax, take it easy..


L'eco della parola "complotto" risuonava a San Siro ben prima del fischio d'inizio di Tagliavento. Uno striscione esposto dalla curva nerazzurra mostrava tutte le paure per un calcio italiano sempre più bistrattato in Europa e per un incontro di Champions alle porte che potrebbe trasformarsi in una sorta di "polizza di indennizzo" per un Chelsea scippato della finale solo pochi mesi fa.

La gara coi londinesi incombe, il nervosismo sale, e così succede che per dieci minuti praticamente non si gioca. Falli a ripetizione, interruzioni continue, e diciamolo, un'Inter non brillante.

Guardando la gara con gli occhi di Mourinho, sembrerebbe di assistere ad un attentato in pieno stile-Ovrebo (o Moreno, tanto siamo lì). La realtà è stata, effettivamente, ben diversa, e i colpevoli vanno ricercati principalmente nei due centrali nerazzurri (Samuel e Cordoba), che nonostante un bagaglio di esperienza enorme si sono fatti letteralmente mettere in saccoccia da un Pozzi decisamente più furbo di loro.

Capitolo Samuel: poteva andare fuori già al 28' per un fallo assassino su Pozzi (che almeno stavolta ha poco da accentuare), beccandosi un giallo, poi tre minuti dopo ci va in modo diretto per la manata allo stesso attaccante doriano. Scoppiano le protese a San Siro, ma c'è poco da protestare: il mistero si chiarisce (almeno per me) quando un mio amico dallo stadio mi chiama a fine primo tempo per chiedere informazioni sulla dinamica dell'accaduto, visto che nella curva nerazzurra tutti pensavano ad un tocco netto di braccio di Pozzi che però non c'è.

Capitolo Cordoba: una prima ammonizione che a regolamento è automatica (esce dalla barriera prima del fischio dell'arbitro), una seconda che personalmente qualche dubbio lo lascia. La furbata di Pozzi è volare senza ritegno alcuno appena sente il fiato del colombiano, il cui errore è invece quello di andare a commettere un'infrazione del genere con un giallo già sul groppone.

Insomma, uno sbarbatello che fa cacciare due difensori della caratura di Samuel e Cordoba non è cosa da tutti i giorni, ma è quello che è successo a San Siro, e fin qui c'è poco da recriminare.

Quello che secondo me è stato valutato in modo forse troppo lieve è il gesto di Pazzini, che probabilmente avrebbe dovuto guadagnare la via degli spogliatoi ben prima del quarto d'ora finale. Lucio lo urta nella foga di uscire dall'area piccola, e l'attaccante gli assesta un bel calcione in modo del tutto intenzionale: atteggiamento violento, rosso automatico. E dato che a pochi minuti di distanza c'è stata la seconda espulsione, è facile capire che quell'episodio avrebbe potuto modificare in modo sostanziale la gara.

Le manette di Mourinho (che già spopolano su blog e siti vari) sono la perfetta fotografia di uno stato d'animo non tranquillo del portoghese, che più volte ha esternato le sue perplessità riguardo il metro di giudizio dei direttori di gara contro la propria squadra. E non ha nemmeno tutti i torti, ma non è questo il punto.

Il punto è che il nervosismo mostrato dalla capolista nella prima mezz'ora di ieri è sintomatico di una pressione che sta diventando insostenibile e andrà affievolendosi solo quando il Chelsea, comunque vada, sarà alle spalle. E un anno fa, a cavallo della doppia sfida con il Manchester, successe esattamente la stessa cosa.

La gestione del doppio impegno è sì faticosa, ma non deve diventare un'ossessione, specialmente in considerazione del fatto che la squadra ha dimostrato anche ieri (se mai ce ne fosse stato bisogno) di essere forte, avere carattere e poter tranquillamente affrontare gli inglesi a viso aperto, a differenza degli anni passati in cui arrivava in riserva e con evidenti problemi di gioco.

Avrebbe retto, il Chelsea, in 9 contro 11 per un'ora, sfiorando la vittoria e rischiando poco o nulla? Questo dovrebbero chiedersi i nerazzurri, e la risposta è che il Chelsea visto ieri contro il Wolverhampton forse ci avrebbe anche lasciato le penne.

Semmai, c'è da lavorare sulla tenuta nervosa di una squadra che sembra soffrire terribilmente l'avvicinarsi di un appuntamento di importanza cruciale, e che cela al suo interno anni e anni di delusioni da cancellare. E la soluzione non è ammanettare il direttore di gara, ma trasformare questa tensione evidente in energia positiva, per evitare che anche stavolta finisca come troppo spesso è accaduto nel recente passato.

Per usare una frase di quel Cat Stevens tanto caro a Leonardo, verrebbe da dire "Inter, just relax, take it easy"..

04 febbraio 2010

Panchina d'oro ad Allegri: e a chi sennò?

Ha suscitato un certo clamore l'assegnazione del premio "Panchina d'oro" per l'anno 2008/09, premio annuale riservato al miglior allenatore del campionato di calcio di Serie A della stagione precedente, assegnato in base ai voti dei tecnici delle squadre stesse.

Ci si aspettava probabilmente la vittoria di Josè Mourinho, vincitore dello scudetto con l'Inter, ma a spuntarla è stato l'allenatore del Cagliari Massimiliano Allegri, autore coi sardi di un campionato straordinario concluso con un incredibile nono posto. Sinceramente, la notizia non mi ha lasciato per nulla sorpreso, per almeno due motivi.

Innanzitutto, se la mettiamo sul piano squisitamente tecnico, il lavoro del tecnico toscano è stato assolutamente eccezionale. Dopo il terrificante inizio nella passata stagione, con 5 sconfitte in altrettante partite (come sia sopravvissuto a Cellino, forse se lo starà chiedendo anche lui), Allegri non ha perso la bussola e incassata la fiducia del patron ha continuato a credere nel suo progetto, restituendo al campionato una splendida realtà: il suo Cagliari oggi non è solo una squadra che lotta per salvarsi, bensì una mina vagante capace di fare molto male anche alle big. I 53 punti dello scorso campionato ed i 32 di questa prima abbondante metà di stagione (con uno sguardo importante all'Europa), la valorizzazione di talenti come Matri, Cossu, Astori, Lazzari, e un gioco bello e propositivo rendono a mio parere quasi legittimo il riconoscimento al giovane tecnico.

Certo, Mourinho ha vinto lo scudetto, che è sempre un traguardo importante. Ma diciamolo, la sua Inter nella scorsa stagione ha fatto nè più nè meno di quanto ci si attendeva alla vigilia, confermandosi inarrivabile per tutte le altre squadre del campionato. Il gap che separava (e continua a separare) la squadra che il portoghese ha ereditato da Mancini dalle altre pretendenti storiche era (e continua ad essere) talmente ampio che almeno per la scorsa stagione risultava difficile capire in quale misura il tecnico avesse inciso sulla vittoria finale, anche in considerazione del fatto che il gioco ha spesso latitato e altrettanto spesso Ibra ha salvato capre e cavoli. Un pò diversa la questione relativa a questa stagione, in cui il tecnico con una squadra più "sua" sta finalmente dando una forte impronta, specialmente sotto il profilo della mentalità e del carattere.

La seconda motivazione è legata più ad aspetti extra-calcistici: obiettivamente, Mourinho non gode certo grandissima simpatia tra i colleghi, per via delle continue schermaglie avute in questi suoi (quasi) due anni italiani, e di fronte ad un avversario tosto come Allegri è facile immaginare che nel dubbio diversi abbiano optato per il rivale del portoghese. Per farla breve, diciamo che un tecnico bravissimo come quello del Cagliari ha costituito un'ottima e credibile alternativa all'interista.

Tocca così ad Allegri succedere a Roberto Mancini (campione d'Italia, poi esonerato) nell'albo d'oro del trofeo: è curioso vedere come negli ultimi anni di tecnici campioni d'Italia ce ne siano veramente pochi. Prima dell'attuale allenatore del Manchester City, troviamo Prandelli (2006 e 2007), Spalletti (2005, dopo lo splendido campionato con l'Udinese), Ancelotti (2003 e 2004, uno scudetto), Delneri (2002), Cavasin (2000).

Ulteriore dimostrazione insomma di come il premio vada non necessariamente al tecnico più vincente, bensì al tecnico che mostra durante la stagione le cose migliori, facendo la differenza per la propria squadra. Ben vengano gli Allegri a portare una ventata di freschezza al nostro campionato: allenatori così il loro scudetto lo vincono ogni anno.

11 luglio 2009

Raduno Inter, Mourinho vola basso: "Non è l'Inter dei miei sogni"

Si raduna anche l'Inter di Mourinho campione d'Italia, con Ibra ancora tra le sue fila e che si dice "contento di restare" (indosserà il 10) e i nuovi acquisti Motta e Milito pronti a dimostrare tutto il loro valore.

Nella conferenza stampa il tecnico portoghese non ha comunque fatto mistero delle sue perplessità riguardo la rosa a sua disposizione. In particolare, lo Special One ha mal digerito le difficoltà incontrate dalla società nello sfoltimento della rosa, e il presunto "ostruzionismo" ostentato da alcuni giocatori che, pur essendo a conoscenza di non rientrare nel nuovo progetto tattico, sono rimasti ad Appiano nonostante le offerte di altri club. I nomi sono quelli di Vieira (per cui l'Inter è disposta a regalare il cartellino, ma il vero problema è l'alto ingaggio del giocatore), Rivas, Burdisso, Mancini (richiesto dal West Ham) e Obinna (che potrebbe andare al Napoli per Hamsik).

"Partire con 30 giocatori è un problema, non è buono per il lavoro. Soprattutto non è positivo ritrovare giocatori che io non voglio qua, che sanno che non mi servono. Forse oggi i calciatori sono meno orgogliosi di qualche anno fa, quando dicevi loro che non erano utili al progetto bastava. Ora sembra che le priorità siano altre: economiche, di stile di vita, piuttosto che provare una nuova sfida, come ad esempio ha fatto Jimenez. Io devo rispettare le regole dei contratti, ma come allenatore non cambio le mie idee su chi mi serve e chi no".

Le uscite servono, oltre che per snellire la rosa, anche per incassare euro da reinvestire sul mercato, in cerca delle due pedine attualmente mancanti: un difensore centrale ed un trequartista. "Secondo i progetti per questa stagione dovevano esserci otto giocatori in uscita e quattro in entrata, molto specifici. In questo momento 4 sono partiti, tre in scadenza di contratto e uno in prestito, incassando zero. E dei quattro mancano ancora un trequartista e un difensore centrale. Ma sia chiaro, questa non è una critica al club: non possiamo spendere troppo senza avere soldi in entrata. Non sono critico, arrabbiato o deluso: non è la rosa dei miei sogni ma è la realtà, e poi gli obiettivi della squadra verranno adattati alla realtà. Ma non posso chiedere di più al presidente: lavorerò di più, ma non posso fare miracoli. Non sono Merlino o Harry Potter".

Mou gradirebbe Deco e Carvalho, calciatori del suo Porto campione d'Europa, ma la strada si è messa in salita di fronte alle richieste dei londinesi. Hamsik è la giovane alternativa per il centrocampo, ma al momento anche su questo fronte è tutto bloccato. Le difficoltà del mercato attuale rendono ardua la trasformazione richiesta dal tecnico portoghese, che ha "salvato" dalla lista degli epurati Suazo e Quaresma, entrambi di ritorno dai prestiti a Benfica e Chelsea.

Sincero, Mourinho, quando ammette di vedere la sua Inter un gradino al di sotto del Barça pigliatutto e del Real fabbrica-quattrini. "Il Barcellona è stato campione d’Europa, ma al 90’ della semifinale era fuori. Si conferma che la Champions è la competizione dei dettagli, ma è anche quella della qualità: e su quest’ultima non siamo allo stesso livello di 3-4 squadre. Possiamo vincere se i dettagli ci sono amici, ma partiamo dietro".

Forse eccessivamente critico il tecnico nerazzurro, ma senza peli sulla lingua come ci ha sempre abituati. La rosa a sua disposizione, francamente, sembra comunque molto forte ed almeno da podio, dietro Barça e Real. Ibra e Maicon sono rimasti, Motta e Milito mettono qualità e gol, ed anche così questa Inter può e deve essere competitiva su tutti i fronti. E può già inseguire quel sogno chiamato Champions League.

25 maggio 2009

Mourinho rinnova, toto-percentuali chiuso

Quasi una settimana passata a chiedersi se improvvisamente le leggi della matematica fossero state stravolte, se per un qualche assurdo teorema 0.1% e 0.01% valessero più di 99.9% e 99.99%.

Fiumi di inchiostro rovesciati per argomentare la nuova astrazione algebrica, rovesciare frasi e concetti e dire che in fondo, Mourinho aveva preso la strada di Madrid.

Il tira e molla con il Real è curioso e assimilabile al flirt nascosto di un bel giovane che va dietro ad una ragazza, salvo poi dire che è lei ad andar dietro a lui. Perchè questo è successo, e allora qualcuno deve aver ragione, e qualcun altro necessariamente torto. La matematica può essere un'opinione, di questi tempi, la logica no.

E allora se Mourinho dice che "ha informato Moratti del fatto che Perez lo ha contattato", e il neo-presidente blancos controbatte dicendo che "non ha mai cercato Mourinho, semmai è il suo procuratore a offrircelo di continuo", allora qui c'è qualcuno che bluffa. E Moratti non ha gradito, per niente.

E quando il botto sembrava dietro l'angolo, ecco che arriva la fumata bianca. "Habemus Mourinho": contratto allungato di un anno, e tanti saluti a Real, Perez e compagnia bella. Questo il comunicato della società nerazzurra: "Rispondendo alla volontà dell'allenatore di proseguire nel progetto avviato insieme un anno fa, volontà accolta con piacere dalla società come segnale di attaccamento e spirito sempre vincente, F.C. Internazionale rende noto il prolungamento del contratto di José Mourinho fino al 30 giugno 2012".

I dettagli del contratto non sono noti, ma sembrerebbe che sia stata tolta la clausola di rescissione che permetteva al tecnico di liberarsi previa pagamento di 7 milioni di euro, con l'introduzione di premi per eventuali successi (scudetto o Champions League). La clausola di rescissione costituiva una spada di Damocle sia per l'Inter, ma intendiamoci, anche per il tecnico portoghese. Perchè se da un lato è vero che qualcuno avrebbe potuto portarlo via pagandola (e con il benestare del tecnico), è anche vero che in caso di crollo l'Inter avrebbe potuto esonerarlo pagando "semplicemente" la penale imposta dalla clausola. Mica male come "uscita di servizio", considerato il faraonico ingaggio del tecnico.

Ad ogni modo, sembra che il tira e molla sia finito. Novantanove è più di uno, non ci sono più dubbi.