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25 ottobre 2013

Juventus, la rabbia va oltre Grafe e Ronaldo


E' una Juventus che schiuma rabbia, quella uscita sconfitta dal Real Madrid di Carlo Ancelotti al termine di una gara interpretata nel modo giusto, ma nella quale gli episodi e qualche decisione arbitrale dubbia hanno contribuito a far sì che al fischio finale ad esultare fossero solo i blancos.

Una rabbia comprensibile, perché i bianconeri hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità per mettere i bastoni tra le ruote ad un avversario tecnicamente di tutt'altro spessore, capace in estate di lanciarsi in una maratona estenuante per portare in Spagna Bale con una pioggia indecente di milioni di euro. Hanno fatto il possibile ed anche qualcosa in più, perché la squadra è sempre rimasta in partita anche dopo la mazzata dell'espulsione di Chiellini, evitando un'imbarcata a quel punto prevedibile e sfiorando un pari che avrebbe avuto del clamoroso.

04 luglio 2013

PSG, i soldi non possono proprio tutto

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Parigi è una città meravigliosa, forse unica al mondo (se non ci siete mai stati, credetemi sulla parola). Calcisticamente parlando, la squadra della capitale francese vanta un numero di sostenitori che si attesta attorno all'undici per cento dell'intera popolazione transalpina, un dato che è secondo solo a quello dell'Olympique Marsiglia, con il quale esiste una rivalità simile a quella che divide da sempre Barcellona e Real al di là dei Pirenei.

Dopo l'era d'oro vissuta negli anni novanta, con il club che sotto il controllo della famosa emittente televisiva Canal+ riuscì a centrare titoli e piazzamenti importanti (5 semifinali europee tra il 1992 ed il 1997) e godere delle giocate di campioni come George Weah, David Ginola, Raì, Leonardo e Youri Djorkaeff, un PSG indebitato e costretto a un ridimensionamento passando sotto la gestione del consorzio formato da Colony Capital, Butler Capital Partners e Morgan Stanley è via via sprofondato nell'anonimato della Ligue 1, finendo anni luce lontano da una dimensione europea in linea con le aspettative di una piazza esigente e per nulla tenera.

01 maggio 2013

Il bicchiere (più che) mezzo vuoto di Josè Mourinho


Dopo il mortificante 4-1 della gara di andata, immaginare un Real in grado di ribaltare il pesante svantaggio maturato una settimana fa in Germania rappresentava più un'esercizio di fantasia che uno scenario effettivamente credibile. Tuttavia la storia del calcio è ricca di rimonte "impossibili", e se ce l'aveva fatta il Deportivo a sovvertire un passivo analogo contro un Milan all'epoca stellare, lasciare uno spiraglio aperto al passaggio del turno delle merengues era comunque lecito, per quanto improbabile.

27 aprile 2013

L'esaltazione del modello Borussia, e la sua inapplicabilità al calcio italiano

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E' servito un poker di Lewandowski, assieme all'ennesima dimostrazione di calcio moderno, veloce e spettacolare, per rubare la scena a quel Bayern che solo 24 ore prima aveva fatto del Barcellona carne da macello guadagnandosi di fatto la prima poltrona per la finalissima di Wembley. Impossibile non ammirare il collettivo meraviglioso messo in piedi da Jurgen Klopp, due volte di fila campione di Germania (nonostante un Bayern superiore come individualità) e da quest'anno macchina da guerra anche in Europa dopo l'anno di "test" terminato con l'eliminazione alla prima fase, figlia soprattutto di un negativo inizio di stagione.

14 ottobre 2012

Pallone d'oro, Mou dice CR7. E se invece vincesse ancora lui?



"Sarebbe un crimine, se Cristiano Ronaldo non vincesse il pallone d'oro" 

Ecco, magari un crimine proprio no, ma di certo l'idea che ha Josè Mourinho riguardo la candidatura del suo calciatore nonchè connazionale all'ambito premio più chiara di così non potrebbe essere. Peccato che questa resta appunto una sua idea, ed in quanto tale ha solo il valore di un'opinione e non sposterà di una virgola le dinamiche che porteranno all'assegnazione del pallone d'oro 2013.

02 novembre 2011

Pallone d'oro, 23 nomination per una vittoria annunciata..



Dopo la prima lista "allargata" contenente 50 nomi, quest'oggi è arrivata la prima scrematura che ha ridotto a 23 i possibili aspiranti al pallone d'oro 2011, premio che dalla scorsa edizione viene assegnato in modo congiunto dalla rivista francese France Football e dalla Fifa in seguito all'unificazione con l'altro prestigioso premio individuale, il FIFA World Player.

Come era prevedibile Antonio Di Natale non ce l'ha fatta ad entrare nei top 23, dopo essere stato inserito nella rosa iniziale. Del resto, l'urto dei fenomeni sparsi nelle migliori squadre del continente era troppo forte da reggere per il capitano dell'Udinese, anche se francamente una sua presenza al posto di Abidal o Benzema sarebbe stata meno scandalosa della presenza di gente come Asamoah Gyan o dell'esclusione di Diego Milito viste un anno fa.

Comunque sia, ecco la lista completa dei calciatori teoricamente in lizza per il premio:

Eric Abidal, Lionel Messi, Xavi Hernandez, Gerard Piquè, Andres Iniesta, Cesc Fabregas, Daniel Alves, David Villa (Barcellona); Mesut Ozil, Xabi Alonso, Iker Casillas, Karim Benzema, Cristiano Ronaldo (Real Madrid); Diego Forlan, Wesley Sneijder (Inter); Thomas Müller, Bastian Schweinsteiger (Bayern Monaco); Nani, Wayne Rooney (Manchester United); Samuel Eto'o (Anzhi); Neymar (Santos), Luis Suarez (Liverpool)

Balza all'occhio (ma forse neanche tanto) l'incredibile numero di calciatori del Barça in gara: addirittura nove, in pratica tutta la formazione titolare eccezion fatta per Valdes, Busquets (ma c'è Fabregas) e Pedro. Folta presenza anche per il Real di Mourinho, con cinque calciatori (anche se ripeto, cosa ci faccia Benzema è un mistero), mentre Bayern e Manchester Utd sono presenti con due. Fa strano vedere anche Zlatan Ibrahimovic escluso da questa lista, ma qualsiasi discussione lascerebbe comunque il tempo che trova visto che tanto, su chi sarà il vincitore, nessuno ha dubbi.

Sarà il terzo pallone d'oro consecutivo di Leo Messi, uno che nell'olimpo dei migliori di sempre ha già un posto d'eccezione pur essendo ancora in attività, e che di questo passo è destinato a vincerne più o meno una decina. Come dicevo un anno fa parlando della vittoria del fuoriclasse argentino nonostante un'annata nella quale non aveva vinto nè la Champions League con il Barcellona, nè il Mondiale con l'Argentina, se il metro di giudizio è diventato improvvisamente il valore assoluto del calciatore, allora tanto vale dare a Messi il premio da qui al 2020 senza star qui a fare nomination che suonano tanto come una presa per i fondelli.

Quest'anno alla luce dei trofei vinti dall'argentino non ci sarebbe stata gara comunque, un anno fa però sì: c'era un Iniesta che aveva vinto il mondiale decidendo la finale, uno Xavi assoluto protagonista della vittoria spagnola in Sudafrica, uno Sneijder fresco di Triplete e con una finale mondiale persa al fotofinish, ed un Milito che aveva appena vinto tutto con la maglia dell'Inter. Eppure alla fine ha vinto lui, la poesia applicata al calcio, bypassando suo malgrado un criterio che fin lì aveva sempre visto vincere chi nell'annata aveva portato a casa i trofei che contano, da protagonista. Io per primo preferivo che si continuasse ad adottare quel metro di giudizio, e sono rimasto un pò stranito quando ho appreso della vittoria di Messi un anno fa.

Penso anche un'altra cosa però: in fondo di tutte le "ingiustizie" che si possono vedere nel mondo del calcio, forse quella di vedere alzare il pallone d'oro a Lionel Messi è quella minore..

Antonio Capone (twitter - @tonycap83)

11 ottobre 2010

Kakà, più Milan che Inter: ma serve davvero?

Kakà nella notte perfetta di Manchester: tornerà in Italia?
Fa un gran parlare negli ultimi tempi la notizia di un possibile ritorno in Italia di Kakà, che dopo una finora infelice parentesi nel Real Madrid di Pellegrini prima e di Mourinho poi potrebbe decidere di fare marcia indietro tornando nel Paese che lo ha reso il fuoriclasse da tutti conosciuto e nel quale ha vinto tutto ciò che era possibile vincere a livello di club.

All'inizio si è parlato insistentemente di Inter, adesso sembra invece che se il brasiliano tornerà in Italia lo farà per vestire nuovamente la maglia rossonera: in entrambe le possibilità, ci sono diverse situazioni che dovranno accadere affinchè l'affare possa trasformarsi da operazione di fantacalcio a concreta pista di mercato per gennaio.

Partiamo parlando del Kakà calciatore oggi, depurando per un secondo la sua storia fatta di successi griffati dalle sue prodezze e di un pallone d'oro vinto a mani basse per aver di fatto vinto una Champions League da solo, con una squadra che viveva del suo estro infinito e delle sue accelerazioni inarrestabili. Oggi Ricky è un calciatore reso "normale" dalla pubalgia cronica che lo attanaglia ormai da tempo, non ha brillato nel suo primo anno a Madrid (dopo esservi approdato per una cifra folle, superiore ai 60 milioni di euro) e nel nuovo Real di Mourinho sembra essere un lusso, visti gli arrivi di Ozil, Di Marìa, Pedro Leòn, Canales a completare una batteria offensiva già composta da Ronaldo, Higuain, Benzema. Normale che nella capitale iberica si provi a battere qualche pista per la cessione del brasiliano, e in tal senso gli spifferi che arrivano da Milano non possono più essere considerati solo panzane giornalistiche: qualcosa di reale deve esserci.

L'Inter in tal senso pare una pista ormai tramontata, anche se certamente la voglia di vestire di nerazzurro un'ex rossonero è stata ed è ancora tanta: l'acquisto di Kakà sarebbe la risposta di Moratti a chi ha gli ha inflitto dolorosi colpi al cuore prendendo nell'ordine Pirlo, Seedorf, Vieri, Ronaldo e in ultimo Ibrahimovic. Il punto è: tatticamente, servirebbe Kakà all'Inter? La convivenza con Sneijder sarebbe molto complicata, a mio parere, e i due finirebbero col togliersi spazio a vicenda perchè nel 4-2-3-1 di Benitez uno andrebbe a finire in fascia (presumibilmente il brasiliano), e non so quanto un Kakà esterno destro possa servire a un'Inter che se proprio dovesse pescare dal supermarket del Real, dovrebbe farlo prendendo Benzema. Giovane, tecnico, potenzialmente una forza della natura: col Milito di oggi, meglio tutelarsi.

Capitolo Milan. Si sa che la società rossonera è molto incline ai sentimentalismi, e certamente il fuoriclasse col numero 22 sulle spalle non è stato mai dimenticato: nelle immagini dei tifosi e di Galliani sono ancora impresse le giocate di un calciatore preso a quattro soldi, esploso subito al punto da mettere in ombra gente come Rivaldo e Rui Costa e artefice principale dei recenti successi del Diavolo di Ancelotti.

Il ritorno di Kakà passerebbe per l'eventuale addio di Ronaldinho, che sembra possibile visto che se in serie A camminare per il campo non è possibile, negli States a quanto pare sì, e per farlo pagherebbero anche profumatamente. Intendiamoci, Dinho è un giocatore ancora oggi delizioso, ma solo in gare nel quale il suo fancazzismo non diventa molesto per la sua stessa squadra: insomma, contro squadre che vanno a cento all'ora, l'80 rossonero diventa, mischiato a Seedorf, una mistura letale. E visto il faraonico stipendio che percepisce, direi che per il Milan mandarlo a fare la foca a Los Angeles diventa non solo una possibilità, ma una necessità economico-tattica.

Il problema è: prendere questo Kakà a 35 milioni (da dare subito, o dilazionati in stile operazione Ibrahimovic poco cambia) aggiunge realmente qualcosa a questo Milan? Se il problema pubalgia è cronico, considerando che il brasiliano vive delle sue accelerazioni e dei suoi cambi di passo, il rischio è di prendersi indietro lo stesso pacco rifilato al Madrid, ovvero un campione con seri problemi fisici che ne condizionano pesantemente il rendimento riducendolo ad un calciatore, come detto prima, normale. E a quelle cifre, milione più, milione meno, ti porti a casa a fine anno Pastore, che in prospettiva può essere il Kakà dei giorni nostri e, particolare rilevante, è intatto e affamato al punto giusto. Senza contare che anche a livello di spogliatoio e di ambiente in generale il suo reinserimento sarebbe tutto da valutare, perchè le due parti non è che si siano lasciate benissimo.

Chiaro che se stessimo parlando di un Kakà integro e privo di acciacchi fisici il discorso sarebbe completamente differente. Un calciatore di quel livello servirebbe a tutti, Inter, Milan, Manchester City, United e Chelsea. E, per inciso, mi fa ridere chi addirittura recentemente ha bollato il brasiliano come un sopravvalutato, quando è stato evidente che ultimi due anni a parte abbiamo assistito ad un fuoriclasse come pochi, capace di risolvere da solo una gara: mi chiedo se questi tizi hanno qualche problema con la memoria a lungo termine, ma in ogni caso è un problema solo loro. Kakà è stato un fuoriclasse straordinario, ma prenderlo oggi a cifre importanti è un azzardo bello e buono.

Probabilmente ne sapremo di più nel periodo che seguirà Real-Milan (19 ottobre), anche se alcune fonti personali, che ritengo abbastanza autorevoli, mi hanno confermato che la trattativa per il ritorno del brasiliano al Milan è avanzatissima e che l'affare probabilmente si farà. Staremo a vedere, per il momento non prendo la notizia come oro colato ma mi limito semplicemente a valutare la possibilità per quella che è: certo è che con le elezioni politiche possibili nella prossima primavera, diciamo che il regalino Kakà acquisterebbe nuovi significati che ad oggi viene difficile trovare.

28 maggio 2010

Mourinho-Inter, tutto in una clausola


Se ne sono dette e sentite tante sull'argomento principale degli ultimi giorni, ovvero il braccio di ferro Mourinho-Inter per il via libera del portoghese verso Madrid: nodo della questione, la clausola liberatoria "bilaterale" inserita nell'accordo ritoccato un anno fa, la quale permette ad entrambe le parti di sciogliere il contratto dietro pagamento di una sorta di penale. Il problema è che questa penale, la quale prima mi risultava ammontasse a 4 milioni, a quanto pare era in realtà molto più corposa: quattro volte tanto, sedici milioncini, budget superiore a quello con cui moltissime società farebbero un'intera campagna acquisti.

E' notizia di pochi minuti fa che la fumata bianca è arrivata: Mourinho è libero di andare al Real Madrid, Perez se ne torna alla casa blanca con la soddisfazione della "missione compiuta". I dettagli della vicenda ancora non sono noti, ma lo saranno presto.

Il discorso fin dall'inizio sarebbe dovuto essere molto lineare, "trasparente", come lo stesso Mourinho affermava quando parlava del nuovo accordo stipulato con la società che di lì a poco avrebbe portato a vincere tutto: se l'Inter avesse deciso di esonerare Mourinho dopo una stagione senza tituli o in seguito a clamorosi fallimenti europei, avrebbe pagato al portoghese una barca di soldi cash, e ognuno per la propria strada; se viceversa, come sta accadendo, fosse Mou a voler cambiare aria, mani ai portafogli (il suo e quello del suo nuovo datore di lavoro) e via libera verso altri lidi.

Peccato che a quanto pare il tecnico non avesse nessuna intenzione di pagare la liberatoria, affidandosi su una parola che a quanto pare il suo presidente gli avrebbe dato in caso di tripletta. Sulla parola di Moratti, non v'è certezza, sulla presenza della clausola incriminata invece i dubbi sono ben pochi.

Ecco qualche battuta dei tre protagonisti della vicenda (Moratti, Mourinho e Perez), che inquadra perfettamente il tipo di situazione che si era andata a creare. Considerato che solo 6 giorni fa la squadra festeggiava un trionfo atteso 45 anni, devo dire che oggi il clima attorno ai due non è proprio quello gioioso e festante che ci si poteva aspettare.

MORATTI - "Vogliamo chiudere bene questa vicenda. Non ho nessuna scadenza per trovare un allenatore. Poi magari ci rimane Mourinho e quindi di uno nuovo non ce n'è bisogno. È giusto sostenere una trattativa che si basa onestamente e lealmente su un accordo tra una persona e una società, quindi io rimango su quel piano. Niente di forzato, ci possono essere delle condizioni, però io credo non sia una posizione antipatica o di voluta durezza, ma solo il fatto che noi saremmo andati volentieri avanti con Mourinho e nessuno brontolava. Mourinho con noi è stato spettacoloso, gli siamo assolutamente molto riconoscenti ma questo non toglie che esiste un rapporto fra la società e Mourinho e come tale è diverso dalla stima nei suoi confronti"

Tradotto: Josè, pagare per vedere cammello. In questo caso il cammello è, manco a dirlo, il Madrid.

FLORENTINO PEREZ - “Non so quando arriverà Mourinho ma sono certo che sarà il nostro allenatore. Devono risolvere la questione legata ad un’interpretazione distinta di una clausola del contratto, e sono sicuro che lo faranno. E se non ci riusciranno tra di loro lo faranno con l’intervento di una terza persona. Io? Diciamo che io posso certamente aiutare. Pagando? Ho detto aiutare, non pagare. Un aiuto è un aiuto. Alla fine si tratta di un equivoco e sono sicuro che troveranno un’intesa. Poi presenteremo Mourinho, diciamo che si può ipotizzare la cosa per la prossima settimana. Del resto non c’è fretta. Ora i giocatori o sono in vacanza o sono al Mondiale, questo per il club è un momento di tranquillità”

Tradotto: Uno sconticino su Sneijder, qualche agevolazione su qualche trattativa e amici come prima.

MOURINHO - “Presidente, non paghi i 16 milioni. Non sono disposto a vederla sborsare questa quantità di denaro. Vorrei che la gente capisse che è finito un ciclo, che fosse chiaro che il mio desiderio è quello di andare al Madrid. Penso che se ne siano resi conto. Io sono già nella storia dell’Inter e l’Inter è nella mia storia: loro sanno come sono e sanno che anche se mi offrissero un nuovo contratto con un salario più alto non cambierei idea. Sanno che non vale la pena lottare per me. Io non voglio uscire male dall’Inter, tutto il contrario. Però ho anche la certezza assoluta che sarò l’allenatore del Real Madrid. Con le buone o con le cattive”

Qui non c'è bisogno di tradurre, sembra fin troppo chiaro. Il punto è: se la stagione fosse di Mourinho fosse finita diversamente, e la società avesse deciso di cambiare guida tecnica, il portoghese avrebbe rifiutato i soldi della buonuscita sulla base di discorsi di tipo morale? Non credo proprio, ma è il solito discorso che si vede con i calciatori: contratti firmati a X euro, poi se la stagione va male rimane tutto com'è, e se va bene si batte cassa minacciando di andar via nel caso in cui non avvengano gli adeguamenti richiesti.

Tra uomini che si sono stimati e che hanno raggiunto insieme grandi risultati, sarebbe importante finirla bene e non metterla solo ed esclusivamente sul piano contrattuale, cercando di mediare e di trovare un accordo che faccia chiudere la questione in modo sereno e ottimale per ambo le parti, ma per come stanno evolvendo le cose non sembra che sia questa la strada intrapresa. E il precedente riguardante l'addio a Mancini ricorda per certi versi quello che sta diventando l'addio a Mourinho, e cioè un finale non all'altezza dell'intera storia.

Intanto, il dato inconfutabile è che il posto sulla panchina nerazzurra è vacante, ed inevitabilmente da riempire. I nomi che si sono alternati in questa settimana sono stati molteplici: Mihajlovic, Capello, Hiddink, Benitez, per un periodo persino Leonardo e Guardiola. Il serbo, inizialmente dato in pole position, a quanto pare si è accasato alla Fiorentina, ed oggi il favorito sembrerebbe Capello, anche se la strada per la nomina del successore del portoghese sembra ancora molto, molto lunga, e non sono esclusi clamorosi colpi di scena.

12 marzo 2010

Real, anche i ricchi piangono..


Ok lo ammetto, mi sono sbagliato clamorosamente. Come Roberto Mancini, anche io credevo che se c'era una squadra su cui scommettere per la prossima finale di Champions, quella era il Real Madrid.

Come scrivevo in un vecchio post, la squadra di Pellegrini dopo un inizio da incubo ha pian piano trovato una sua quadratura e una sua identità, oltre che un gioco, tutte cose che hanno portato i blancos a scalare posizioni in classifica e agguantare un Barça in leggera flessione, oltre che a vincere il girone di Champions League.

Ho pensato che se tanto mi dava tanto, e considerata la crescita esponenziale del collettivo madrileno, in primavera questa formazione potenzialmente così distruttiva sarebbe definitivamente sbocciata. In effetti, la Liga mi stava dando ragione, ma in Champions è bastata la terza squadra della Ligue 1 (che però risulta generalmente indigesta alle merengues) per far saltare la testa ultramilionaria del club di Florentino Perez.

Per il sesto anno consecutivo, la formazione con più coppe dei campioni in bacheca esce mestamente agli ottavi di finale, e stavolta è un'eliminazione che non potrà non lasciare il segno dopo la faraonica campagna acquisti della scorsa estate.

254 milioni investiti sul mercato per farsi sbattere fuori dalla squadra che solo pochi mesi gli prima aveva ceduto Benzema per 35 milioncini sonanti. 254 milioni  di cui 65 investiti su un Kakà che sembra lontano parente di quello che a Milano aveva fatto mirabilie.

Il primo posto raggiunto nella Liga da solo non può bastare per una squadra costruita per vincere tutto, anche perchè è un primo posto in coabitazione col Barcellona e non c'è al momento alcuna certezza sulle reali possibilità dei blancos di portare a casa la vittoria finale. Una squadra del genere non si sarebbe mai dovuta fermare agli ottavi contro una comunque ottima squadra come il nuovo Lione di Puel, bravissimo nel secondo tempo coi cambi giusti a invertire completamente l'inerzia di una gara dal pronostico che sembrava scritto.

E sul banco degli imputati adesso torna Pellegrini, che dopo il quasi siluramento seguito alla disfatta con l'Alcoròn aveva ripreso in mano la situazione e riportato ordine, gioco e risultati. L'incapacità del suo Real di prendere le dovute contromisure nella ripresa e di organizzare una reazione alla mazzata subita dopo il gol di Pjanic ha fatto tornare vecchi spiriti e ha gettato nuove ombre sul lavoro del cileno, che anche se non rischia per l'immediato vede sempre più difficile una riconferma a fine stagione.

Il Real è a un bivio, e staremo a vedere che ripercussioni avrà la clamorosa eliminazione sul proseguimento di una stagione in cui ormai rimane solo la Liga. Vincerla, per quanto si possa dire, sarebbe impresa tutt'altro che banale.

Chissà cosa avrà pensato Galliani, quando ha visto la squadra più ricca del continente venire eliminata dal Lione. La sua ennesima farneticazione, confutata nella stessa sera: bel colpo, non c'è che dire.

20 dicembre 2009

Attenzione, Galacticos in avvicinamento


C'era una volta una squadra allo sbando, derisa da tutta Europa per lo scarsissimo rapporto qualità/prezzo offerto sui campi di Spagna e d'Europa, dopo la campagna acquisti più imponente che la memoria umana ricordi.

Facili conclusioni tratte dopo le prime figuracce avevano incenerito il lavoro di Pellegrini, triturato dalla stampa spagnola e considerato come il principale responsabile del difficile decollo di una squadra nata per vincere tutto.

Il Real Madrid, va detto, nella prima fase della stagione si era fatto notare più per la capacità di fornire gloria ad avversari nettamente inferiori, che per le vittorie conseguite. Dopo aver resuscitato il depresso Milan di Leonardo, i blancos hanno toccato il punto più basso della stagione e forse della loro gloriosa storia con l'umiliante sconfitta sul campo dell'Alcorcon, squadra della periferia madrilena e militante nella serie C spagnola. Roba da farsi prendere a pernacchie, su questo non ci piove.

Quello comunque è stato il vero spartiacque della stagione del Real: cacciare Pellegrini, in rotta coi "senatori" dello spogliatoio (Raul, Guti), oppure scegliere la strada della continuità, dando al tecnico altro tempo per risolvere le problematiche legate all'assemblare una squadra nuova di zecca. Con buona pace di Mancini e di tutti gli altri tecnici in stand-by, il direttivo ha optato per la seconda opzione, dando fiducia al tecnico e aumentandone così l'autorità al cospetto di uno spogliatoio "complicato" come quello del Real Madrid.

Pellegrini del resto non poteva essere improvvisamente diventato un brocco, dopo i grandi risultati ottenuti a Villarreal e dopo aver vinto il ballottaggio per la panchina più ambita d'Europa.

La squadra, prima senza gioco nè identità, sembra aver finalmente trovato gli equilibri tattici che le mancavano, e nonostante le ripetute assenze di Kakà fila adesso col vento in poppa e con un Cristiano Ronaldo semplicemente mostruoso, il vero ed unico insostituibile di una formazione piena di campioni.

Partiti con una sorta di 4-1-3-2 assolutamente sbilanciato, il Real si è poi andato assestando su un modulo più simile ad un 4-2-2-2 molto versatile, con Xabi Alonso e Lassana Diarra davanti alla difesa ad assolvere compiti di impostazione e copertura, e un reparto offensivo composto dai due palloni d'oro e da due tra Benzema, Raul e Higuain. El Pipita in particolare si sta guadagnando spazi importanti in questo Real, dimostrando di valere Benzema e risultando decisivo come già aveva dimostrato di essere nella scorsa stagione.

Ieri sera al Bernabeu contro il Saragozza si è assistito ad uno show a senso unico, terminato con un pesante 6-0 a favore dei padroni di casa. Senza Kakà, ancora infortunato, e Xabi Alonso, squalificato, la formazione di Pellegrini non è andata tanto per il sottile al cospetto di un avversario in evidente crisi (terz'ultimo in classifica). Schierati per l'occasione con un rombo d'emergenza, con L. Diarra vertice basso, Marcelo e Mahamadou Diarra ai lati, e Van Der Vaart dietro CR9 e Higuain, i blancos non hanno avuto difficoltà a trovare la via del gol, andando a segno due volte col "Pipita" e Van Der Vaart, chiudendo poi il "set" con una magia di Ronaldo e un gol di Benzema, entrato nel secondo tempo.

Con questo risultato galactico la formazione madrilena resta a 2 punti dal Barcellona capolista, e considerato che ha già vinto il girone di Champions League si può dire che, burrasche iniziali a parte, il Real Madrid è proprio lì dove tutti se lo aspettavano. La competizione col Barça sarà serrata, e questo lo si sapeva già, quindi considerate le difficoltà dei primi mesi essere a sole due lunghezze dai catalani non è certo un dramma.

E nel 2010, con il recupero pieno di Kakà e le nuove certezze fornite da un lavoro che inizia a dare frutti importanti, è lecito aspettarsi un Real ancora più quadrato e competitivo di quanto non lo sia già adesso, così come è lecito chiedersi dove siano adesso tutti quelli che davano già per fallito un progetto ancora in fase di rodaggio.

Prima di smontare qualcosa bisognerebbe aspettare che venga montata, altrimenti è fin troppo semplice, no?

30 ottobre 2009

Mancini rescinde: cosa bolle in pentola?


Quella tra Roberto Mancini e l'Inter sembrava una separazione che, almeno a livello contrattuale, sarebbe ancora andata per le lunghe, viste le continue voci di possibili panchine rifiutate dal Mancio, che intanto continuava ad intascare per intero il suo compenso.

Oggi invece, come preannunciato da Tuttomercatoweb alle 18.18, è arrivata l'ufficialità: il tecnico di Jesi ha rescisso il suo contratto milionario con l'Inter. Il tira e molla, che spesso ha incontrato l'ostruzionismo del tecnico, è finito.

Le cifre dell'operazione parlano di una buonuscita di circa 8 milioni corrisposta al Mancio, il cui contratto da 6 milioni annui (al netto dei premi) era in scadenza non nel 2011, come molti sostenevano, ma nel 2012, vista la clausola di rinnovo automatico in caso di vittoria dello scudetto.

Viene adesso da chiedersi il perchè, di questa operazione andata in porto proprio adesso, dopo tutte le problematiche incontrate in precedenza. Difficile pensare che uno come Mancini molli la presa per scrupolo, senza una ghiotta occasione lavorativa all'orizzonte. E guarda caso, in questo momento traballa sensibilmente la panchina probabilmente più ambita d'Europa: quella del Real Madrid.

Mancini potrebbe proprio sostituire Pellegrini a Madrid, e sarebbe un grande ritorno per l'ex allenatore nerazzurro, un ritorno che varrebbe probabilmente il tempo speso lontano dai campi. Nei prossimi giorni si saprà di più, non è da escludere che adesso, risolta la formalità della risoluzione con l'Inter, domani stesso arrivi l'annuncio dell'esonero di Pellegrini. E a quel punto, non ci sarebbero più dubbi.

28 ottobre 2009

Real Madrid, una figuraccia "galattica"


Povero Real Madrid. Ma soprattutto, povero Florentino: più di 300 milioni di euro spesi, per vedersi bastonare in coppa di Spagna da una squadra di serie C, l'Alcorcon, che ancora probabilmente non starà credendo alle dimensioni dell'impresa compiuta.

E poco importa che il grosso della campagna acquisti faraonica di Perez (Kakà e Cristiano Ronaldo) fosse a riposo. L'undici titolare delle merengues era il seguente: Dudek, Arbeloa, Metzelder, Albiol, Drenthe, Diarra, Guti, Granero, Van der Vaart, Raul, Benzema. Insomma, non regge neanche l'alibi del turn-over, perchè un Real del genere sulla carta doveva sbranare senza alcun problema di sorte i malcapitati avversari provenienti dalla periferia di Madrid.

Lo 0-4 subito ha le dimensioni di una catastrofe, e probabilmente costerà il posto al tecnico Pellegrini, ormai indifendibile e reduce da una settimana a dir poco disastrosa (anche se dopo una debacle del genere, difficile dire chi sia il maggior colpevole): ko col Milan in Champions, pari a Gijon, lo scempio di ieri. Sconfitte del genere, poi, generalmente sono sintomatiche di uno spogliatoio che non segue più il tecnico.

E adesso, mentre "Marca" chiede a chiare lettere la cacciata del tecnico, un nuovo ribaltone è pronto. E dire che in estate c'era chi diceva che per loro sarebbe stato tutto facile..

22 ottobre 2009

Champions League: le due facce di Milano

Difficile capire cosa succeda a Milano, di questi tempi. Difficile pensare come un Milan che a San Siro si fa prendere a pallonate dal Bari possa andare a profanare il tempio del grande Real Madrid ultramilionario; difficile credere che un'Inter straripante come quella di Marassi possa sciogliersi e diventare preda appetibile di una Dinamo Kiev che più dei genovesi non è che abbia chissà cosa.

Eppure succede. E' successo. Il calcio non è matematica, non lo è mai stato, e due più due (grazie a dio, o sai che noia) non fa sempre e solo quattro. Un pò di statistica però non guasta, e allora si fa fatica a credere all'impietoso risultato che vede l'Inter dominatrice assoluta in Italia compiere quest'oggi l'infausto anniversario dell'ultima vittoria in Champions League. Non serve invece scomodare i numeri per rendersi conto, alla luce della grande prestazione di ieri, di come la musica della Champions sia capace di trasformare anche il Milan più grigio degli ultimi 10 anni. Quella stessa musica che nelle orecchie dei calciatori nerazzurri suona come un pezzo metal nelle orecchie di un appassionato di musica classica. Stordisce, intorpidisce, e se Semak e Shevchenko non avessero fallito i match-ball nelle ultime due gare, staremmo qui a suonare il requiem, altro che finale a Madrid.

A Genova, dopo 6 minuti aveva colpito Cambiasso. Ci è voluto più o meno lo stesso tempo per subire il gol di Mikhalik, figlio di un macroscopico svarione di Stankovic e Lucio. Lo stesso Lucio che poi ha messo nei guai i suoi con un autogol sciagurato, smorzando ogni euforia per il pari di Stankovic. Il difensore brasiliano, già autore di un mezzo disastro a Kazan, è sembrato risentire parecchio del passaggio campionato-Champions, dando due versioni di sè completamente differenti (in linea con le prestazioni della squadra). Andrebbe rivisto un maggiore impiego di Cordoba, meno elegante e bravo palla al piede, ma difensivamente più affidabile.

Mourinho è stato forse "tradito" dalla sua stessa invenzione: quell'albero di Natale che sabato aveva portato gioco e gol a grappoli, martedì non ha funzionato, nonostante il rientro di Eto'o. La pressione gioca brutti scherzi, ad una squadra che in campionato domina e mette soggezione, ma in Europa risente invece del problema inverso. Cinica, spietata e convinta nei confini nostrani, timida, confusionaria e spesso goffa in continente. E il bilancio del Mou europeo latita: in 11 gare, 2 vittorie, 6 pareggi e 3 sconfitte, e contro top team come Barcellona e Manchester, 0 gol fatti in tre partite (2 subiti, tutti all'Old Trafford). Obiettivamente, un ruolino di marcia imbarazzante. E adesso, se non arriverà il colpo di coda a Kiev, una prematura eliminazione diventerebbe non solo una possibilità, ma una virtuale certezza.

Il brutto anatroccolo rossonero, intanto, studia per diventare un bel cigno. A Madrid, Leonardo ha coraggio e schiera contemporaneamente Seedorf, Ronaldinho, Pato e Inzaghi (con Pirlo in regia), in un particolare 4-3-3 che sarebbe stato scelta suicida se tutti e quattro non avessero interpretato alla grande le due fasi. Ronaldinho ispirato fa un figurone, in quel campo dove anni fa fu applaudito dai madridisti per la doppietta da extraterrestre rifilata con la maglia del Barça: "e se fosse tornato Dinho?", la domanda di un esaltatissimo Caressa. E intanto quel satanasso di Pato fa ammattire la retroguardia tutt'altro che irreprensibile del Madrid, alla faccia di chi ancora nutre dubbi sulle qualità straordinarie di un probabile, futuro pallone d'oro. E dire che la serata sembrava essere nata malissimo, dopo la scellerata papera di Dida (Storari e Abbiati, dove siete?)  che di fatto costituiva un potenziale e decisivo handicap. Il Real, privo del rock graffiante di Cristiano Ronaldo, non si fa bastare qualche virtuosismo di un Kakà versione ridotta, e sul regalo che il portiere brasiliano fa al sempre rapace Raul non riesce a costruire la sua vittoria. Ripreso da Pirlo, superato da Pato (con Casillas che fa pari e patta col collega), l'undici di Pellegrini va in bambola, ma con un tiro da fuori di Drenthe trova il 2-2 che sembra fissare il pari. Un gol annullato inspiegabilmente a Thiago Silva conferma il sospetto, Pato sconfessa tutto a 2' dalla fine. Ed è giusto così.

Pellegrini ha affermato a  fine partita che "il gioco non è stato male". La domanda è quale partita abbia visto il tecnico cileno del Real Madrid, mentre Leonardo, dopo la seconda vittoria importante in tre giorni, ha le quotazioni in netta ascesa. E tra quindici giorni, Milano vivrà una nuova grande sfida.



11 giugno 2009

Effetto Perez: dopo Kakà, ecco Cristiano Ronaldo!

Chiamatelo effetto-Perez, se vi va. Un ciclone che si è abbattuto sul mondo calcistico europeo, e promette di durare ancora parecchio. Dopo il colpaccio Kakà, il neo-presidente blancos ha chiuso un'altra, onerosissima, clamorosa operazione: Cristiano Ronaldo passa dal Manchester Utd al Real Madrid per la cifra record di 93 milioni di euro. Roba da far accapponare la pelle, cifre che oggi sono impensabili per chiunque, tranne che per Florentino.

Florentino che quando promette, difficilmente tradisce. E stavolta, l'ha davvero fatta grossa. In pochi pensavano che dopo l'acquisto di Kakà (costato 68 milioni, mica bruscolini) sarebbe arrivato anche l'asso portoghese: e invece, i due fenomeni giocheranno entrambi con la camiseta blanca, in quello che inizia a somigliare sempre più a un dream team.

Qualche giorno fa su "Daily Star" e "The Independent" circolò la notizia secondo la quale Ronaldo sarebbe tutelato da una clausola di 30 milioni di euro nel caso in cui gli spagnoli cambiassero idea e non lo volessero più. In pratica, la scorsa estate, quando Ramon Calderon fece di tutto per strapparlo allo United, l'agente del portoghese, il connazionale Jorge Mendes, pretese l'inserimento della penale (reciproca). Ma a quanto pare non ci sarà nessuna penale da pagare: il Manchester Utd sul suo sito ha annunciato che "su richiesta di Cristiano, che ha espresso nuovamente il suo desiderio di andare via, e dopo aver parlato con i rappresentati del giocatore, lo United ha autorizzato il Real Madrid a parlare con il giocatore. La questione dovrebbe risolversi entro il 30 giugno".

161 milioni di euro per due giocatori: la crisi non abita a Madrid. E il tecnico cileno Pellegrini, nuovo allenatore del Real, già gongola.La "shopping list" del presidente madrileno non si è ancora esaurita: nel mirino ci sono anche Villa, Silva, Ribery. E dietro il mal di pancia di Maicon, potrebbero esserci ancora i tentacoli di Florentino.

09 giugno 2009

Kakà è del Real Madrid, inizia l'esodo?

Dopo un lungo tira e molla, che ha portato all'allungarsi dei tempi dell'annuncio, è arrivata l'ufficialità: il Milan ha ceduto Kakà al Real Madrid per una cifra che si aggira sui 68 milioni di euro.

A mezzanotte e mezza il comunicato sul sito del Real che anticipa la conferenza quando in Europa è notte fonda. «Kakà ha superato i test fisici, ha firmato un contratto con il Real per le prossime sei stagioni». Si chiude così dopo 6 anni la lunga parentesi rossonera di uno dei calciatori più forti e decisivi al mondo.

Già negli ultimi giorni Berlusconi e Galliani avevano anticipato la cessione pressochè conclusa dell'asso brasiliano, sacrificato per "esigenze di bilancio". «Il Milan non può perdere 70 milioni di euro ogni anno"», il coro unanime dei massimi dirigenti rossoneri. E così, dopo aver respinto a gennaio l'offensiva del Manchester City, adesso il Milan ha dovuto cedere alle lusinghe di Perez, che con investimenti importanti è pronto a creare una squadra che ripeta le gesta dei suoi precedenti Real.

Da Recife, dove è in ritiro con la Seleçao, Kakà rilascia le sue prime considerazioni da madridista, e precisa subito alcuni particolari sulla sua cessione: « Il Milan non aveva mai passato una crisi come quella che sta attraversando ora, è stata la prima volta che la società ha pensato di vendere un giocatore». Il Milan ha quindi «dovuto fare questo sacrificio, e credo che il club non abbia alcuna colpa di ciò. Comprendo perfettamente bene la posizione del Milan», e ha voluto ricordare «di aver sempre detto che, nel caso di lasciare il Milan, sarei andato al Real. Il mio trasferimento non è stata una questione monetaria, perchè ho ricevuto offerte superiori», ha concluso Kakà, riferendosi proprio alle proposte avanzate dal Manchester City.

Il Milan adesso pensa a come placare l'ira dei tifosi, e punta a Dzeko, bomber bosniaco del Wolfsburg campione di Germania. Sembra che le trattative siano avviate, ma la richiesta dei tedeschi di 30 milioni difficilmente verrà esaudita dal club di Via Turati. E sicuramente, non basterà un promettentissimo Dzeko a tappare la falla aperta dall cessione dell'ex pallone d'oro.

Volendo ampliare il discorso, la cessione di Kakà è un segnale preoccupante non solo per il Milan, bensì per tutto il calcio italiano. Quella di Kakà potrebbe essere solo la prima cessione importante di un'estate che si presenta complicata, a dimostrazione di un campionato che non attirà più e di un potere economico che i nostri club oggi non hanno. Siamo all'inizio di uno stravolgimento dei club di primo piano del palcoscenico italiano: i nostri campioni (vedi Ibrahimovic, di cui scriverò a parte) sono affascinati dalle sirene estere, mentre all'estero non riscuotiamo altrettanto appeal sui campioni sparsi per l'Europa. Il rischio forte, è che la forbice che si è aperta tra noi e la coppia Inghilterra-Spagna si allarghi sempre di più.