Un pullman di una nazionale africana viaggia verso l'Angola, sede della Coppa d'Africa 2010. Saltano fuori dei commandos, per quella che è un'imboscata in piena regola: in 20 minuti partono numerose raffiche di colpi, e si consuma una tragedia di proporzioni spaventose.
Tre morti e nove feriti, questo il bilancio dell'agguato. L'autista del pullman della squadra, l’allenatore in seconda Hubert Velud e l’addetto stampa non ce l'hanno fatta. Kodjovi Obilalé, portiere, sarebbe stato trasferito in Sudafrica in condizioni gravissime. A rivendicare l'attentato è stato il Fronte di liberazione dell’enclave di Cabinda (Flec).
Il Governo del Togo, dopo l'accaduto, ha ritirato la squadra dalla manifestazione, che a quanto pare verrà disputata nonostante tutto. Intanto però serpeggia la paura, e alcuni dei club che detengono i cartellini dei calciatori impegnati nella rassegna iniziano a chiedere il rientro dei propri tesserati (l'Udinese ha già chiesto il rimpatrio di Asamoah).
Assurdo che nel 2010 ci siano ancora Paesi ridotti a teatri di guerriglia e guerre civili. Assurdo come tante delle cose che accadono nel continente africano, dove si muore per poco e vivere è un privilegio più che un sacro diritto.
Andrebbe fermato tutto, questa coppa d'Africa già sporca di sangue rischia di costituire un serio pericolo per nuovi possibili attentati. E intanto, in attesa di nuovi sviluppi, l'Africa piange la morte di tre uomini e la vergogna di un fratricidio che va avanti da troppo, troppo tempo.